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Minimal       

 

   

 di Roberto Laneri

 

Un po’ di tempo fa c’è stato un concerto di musiche di Steve Reich all’Auditorium di Roma. Un concerto un po’ insolito per questo autore, che di solito suona con il suo gruppo. Questa volta invece le sue musiche erano eseguite da musicisti “non specializzati”, tra cui anche allievi di varie scuole di musica di Roma in un pezzo per un numero spropositato di chitarre.

Come al solito, c’erano le buone notizie e le cattive notizie, a mio avviso con le prime in netta prevalenza. 

Della cattive è presto detto: si potrebbe dire che mancava il sacro fuoco, d’altra parte si trattava di musicisti “normali”, e non di quelli che suonano le musiche di Steve più o meno da trentacinque anni, e nemmeno di quelli, più giovani, che hanno nel tempo sostituito i musicisti originari ma che vantano un rigoroso apprendistato. 

Infatti, i commenti di un paio di amici irriducibili tra il pubblico, per intenderci di quelli che erano presenti alle leggendarie performances romane all’Attico, alla Piramide e alla sala Borromini dei primi anni ’70 (c’ero anch’io), erano, come ci si poteva aspettare, sul depresso spinto e piene di fosche previsioni sul futuro della civiltà occidentale, già provata dai disastri ecologici, dai talebani e dal successo della Lega alle ultime elezioni (meno male, che c’è l’Inter di Mourinho, ma anche su questo molti—probabilmente juventini—avrebbero molto da dire). 

D’altra parte, come diceva Dante, “non c’è maggior dolore che ricordarsi del tempo felice nella miseria”, o qualcosa di molto simile. Nella fattispecie, il “tempo felice” era quella stagione romana, forse veramente irripetibile, che vide un fiorire di iniziative musicali colte e coraggiose, tra  attività di posti più o meno underground (come il Beat ’72), festivals nuovi ed innovativi ed aperture sorprendenti da parte di enti già esistenti. 

D’accordo, il tutto sulla scia di quello che succedeva all’estero, in Europa soprattutto in Germania, ma per Roma era veramente inaudito, per cui sembrava di vivere a Colonia o a Berlino, anche se non proprio a New York.

Da allora molta acqua è passata sotto i ponti del Tevere (e anche sotto quelli del Reno e della Sprea); Walter Bachauer, il creatore del Metamusik Festival di Berlino, si è suicidato parecchi anni fa, e nella stessa Berlino la RIAS, stazione radio che per molto tempo è stata una specie di accogliente seconda casa per musicisti “diversi”, tra cui il sottoscritto, non esiste più. 

Risultato: ogni volta che musiche del genere sono state riproposte (ad esempio un po’ di anni fa al Palazzo delle Esposizioni) è sempre stato in chiave ingessata, acritica (a esempio, nonostante il successo internazionale, o forse proprio per questo, dovrebbero aver capito tutti che la musica di Philip Glass è quasi imbarazzante rispetto a quella degli altri minimalisti storici), e comunque sotto il segno del classico isolamento po’ snob che ben conosciamo.

Detto questo, è ovvio che gli allievi chitarristi romani, ma anche gli ottimi professionisti che hanno partecipato alla serata dell’Auditorium, non potevano competere con i vari Russ Hartenberger, Glen Velez, Garry Kvistad  ed altri (tra cui lo stesso Steve) per precisione, entusiasmo e comunicativa. D’altra parte, il loro compito non era diffondere il Verbo minimalista, per cui il risultato finale non poteve certo definirsi elettrizzante. Insomma, una sorta di minimalismo imborghesito e spiegato al popolo. 

Ma proprio in questo a mio avviso erano da cogliere le note positive, vale a dire nel fatto che proprio a Roma, città dalla vita musicale (e non solo) provinciale, male informata, eternamente in ritardo e che tutto dimentica), fosse possibile ascoltare un concerto di minimal music come un concerto “normale”, quindi anche più o meno riuscito, né più né meno di un concerto di musiche di Mozart o Beethoven. 

Il che significa che la minimal music è entrata a buon diritto a far parte della musica classica e come tale va ascoltata, senza alcuna aura di scandalo o provocazione culturale. Inoltre, può essere suonata, più o meno bene, s’intende, da chiunque e non soltanto dai suoi sacerdoti della prima o della seconda ora.

 Forse in un futuro più o meno prossimo si potrà dire lo stesso di altre musiche che, almeno a Roma, aspettano giustizia dagli anni ’70 e da allora non l’hanno certo trovata in iniziative episodiche, furbette e culturamente sprovvedute, valga per tutte l’esempio di Roma Europa. Ad esempio, forse tra qualche anno sarà possibile ascoltare in tutto il suo splendore un concerto di musica indiana classica anche nella cavea dell’Auditorium.

Dimenticavo, la sera del concerto di musiche di Reich, andando a piedi all’Auditorium (abito lì vicino), mi imbatto in una scolaresca americana, dispersa nei viali del villaggio olimpico, che vorrebbero andare al concerto. Gli dico di seguirmi, e strada facendo chiacchieriamo un po’.  Vanno al concerto perché fa parte di un loro corso di sociologia e devono scrivere una piccola relazione. Al che gli racconto un po’ di cose su Steve Reich e la minimal music. Non sanno nulla dell’uno e dell’altra. Ecco cosa succede quando si diventa dei classici.

Roberto Laneri

                                                                               

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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