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di
Roberto Laneri
Nella musica di
Tchaikovskij c’è qualcosa che definirei... “sradicato”, in quanto non riesce ad essere né nazionalista
né internazionalista. Forse, più semplicemente, non riesce a
“essere”.
Compositore dotato di grande talento naturale, che
nasce russo e si sente russo, con poca o nulla tradizione
compositiva alle spalle (a parte il volenteroso ma non del tutto
geniale Glinka), che studia fino a padroneggiare superbamente il
linguaggio musicale europeo (e quindi internazionale) del tempo,
scrive musica che a ben vedere di veramente, autenticamente e
profondamente russo ha ben poco.
La sua musica,
tuttavia, non si
può collocare nemmeno nel salotto buono della grande famiglia
musicale mitteleuropea, che ha elaborato un linguaggio che
sostanzialmente a Tchaikovskij resta estraneo per molte ragioni,
nonostante lo studio e la padronanza della tecnica compositiva.
E'
proprio quel melodismo greve, ansimante, un po’
volgare, che paradossalmente lo ha reso caro al grande pubblico, e che
- invece - lo pone al di fuori di una tradizione in cui la melodia
è sempre stata trattata, per ottime ragioni, con la massima
sobrietà.
In altre parole Bach, Haydn, Mozart, Beethoven &
co. sono memorabili non tanto per le loro melodie, ma per il
trattamento di quest’ultime. Persino le melodie di Schubert
sono funzionali all’armonia, del tutto visionaria.
Contrariamente all’opinione comune,
insomma, la grande musica non è
fatta di “melodie immortali”, che semmai ne costituiscono un
gradevole sottoprodotto.
Venendo alle
radici russe e all’anima slava, vale la pena di
segnalare come Tchaikovskij fosse contemporaneo di quel Gruppo
dei 5, costituito da Balakirev, Cui, Musorgskij, Borodin e
Rimskij-Korsakov. Tra questi, Balakirev era l’unico musicista
professionista, Borodin era un chimico, gli altri militari di
carriera, e in verità il “potente gruppetto” o “grande
mucchietto”, come si autodefinirono, soffriva di un
dilettantismo tanto orgoglioso quanto pernicioso, tanto che
Tchaikovskij, che la musica la conosceva bene, lo ribattezzò il
“triste mucchietto”.
Tuttavia questo mucchietto, grande o
triste che fosse, fece quello che nessun altro era in grado di
fare, e cioè dar vita ad una musica autenticamente russa, e,
nel caso di Musorgskij, con esiti assolutamente geniali. È
triste come di questa genialità Tchaikovskij non si accorgesse
affatto o, se se ne accorse, la considerasse troppo inficiata da
“tecnica insufficiente” e annegata “in un mare di
insulsaggini armoniche”:
Musorgskij
si pavoneggia della sua mancanza di cognizioni tecnico-musicali,
si vanta della sua ignoranza e compone così come gli capita,
affidandosi ciecamente al suo talento. Non si può negare,
tuttavia, che da esso sprizzino talora autentici lampi di genio
ed idee originali e che, con tutte le sue mostruosità, egli
parli una lingua nuova, non bella, ma certo insolita.
Bisogna dire
che tale avversione era ampiamente ricambiata da Musorgskij, al
quale la musica di Tchaikovskij (soprannominato “Sadyk Pascià”)
sembrava opportunistica e accademica:
…con l’intenzione evidente di farsi un nome e di
conquistare la celebrità. È tutto pieno di lusinghe al
pubblico (oh Pascià!), e tuttavia, il nostro amico lavora
all’opera con impegno e sincerità (oh Sadyk!). (…) la
gente, da artisti russi aspetta musica russa; infine, è
vergognoso scherzare con l’arte per fini personali. Da cui si
vede che Sadyk, da vero Pascià, non manca certo di cinismo
quando professa apertamente la religione della “bellezza
assoluta”.
L’unico del
grande/triste mucchietto con cui Tchaikovskij ebbe una
riconciliazione ed una sorta di amicizia fu Rimskij-Korsakov,
soprattutto a causa della forte svolta accademica di
quest’ultimo, che si decise a imparare l’armonia (il suo Trattato
pratico d’armonia si studia tuttora, o perlomeno l’ha
studiato il sottoscritto), a chiedere consiglio a Tchaikovskij,
a scrivere sessantaquattro fughe e a mandargliene in visione
dieci a mo’ di
agnello sacrificale.
Da un certo punto di vista, mal gliene
incolse, nel senso che esagerò con lo studio accademico per
ottenere una certa rispettabilità, pagandola con il malcelato
disprezzo del collega più celebre, che così (da vero Sadyk
Pascià) si espresse nei suoi confronti:
…la
reazione era stata troppo violenta. (…) le composizioni
contenevano una quantità di passaggi dettati con grande abilità
contrappuntistica, ma riprovevoli (…) per aridità e
pedanteria. Evidentemente quell’uomo è in piena crisi…
Ed ora torniamo
ai due concerti per violino. Entrambi richiedono un dominio
tecnico assoluto e senza precedenti, tanto che i due compositori
ricorrono all’aiuto del grande Joseph Joachim (Brahms) e del
giovane ma valente Yosif Kotek (Tchaikovskij). Entrambi i
concerti appaiono quasi insuonabili, ma bisogna distiguere.
La prima del
concerto di Brahms, suonato da Joachim (che insistette per farlo
seguire nel programma a quello di Beethoven) e diretto
dall’autore a Lipsia, fu un successo di pubblico. Fu meno
apprezzato, forse per invidia, da alcuni musicisti come Hans von
Bülow e Henryk Wieniawski. Il virtuoso Pablo de Sarasate disse
che non avrebbe mai suonato un concerto in cui l’unica melodia
decente dell’adagio era affidata all’oboe (e non a lui).
Come a dire, grande musica ma poca “trippa per gatti”
(leggi: violinisti affetti da virtuosismo efferato). Se il
virtuosismo musicale si può definire come l’arte di far
apparire difficile il facile (onde il solista possa apparire di
più), il concerto di Brahms è esattamente il contrario, e di
questo, vorrei aggiungere, dovremmo tutti ringraziare gli dei.
Alquanto più
travagliato l’iter
del lavoro di Tchaikovskij, che, benché ultimato in poche
settimane, dovette aspettare più di tre anni per la prima.
Leopold Auer, un altro dei grandi violinisti del tempo, a cui il
lavoro era dedicato, si rifiutò di suonarlo con la scusa che
non gli piaceva più di tanto (ma la vera ragione era la
difficoltà). Finalmente, Adolph Brodsky lo suonò alla fine del
1881 a Vienna, dopo che il compositore cambiò la dedica
originaria a suo favore, il che, data la fatica che deve essere
costata al solista, come si suol dire, non fa una piega.
Il
concerto non fu un successo, e l’unico ad essere acclamato fu
il violinista.
Nemmeno questo fa una piega, dato il carattere di
virtuosimo esasperato ed estroverso del lavoro. Insomma,
all’ascolto il concerto di Brahms è difficile ma non lo
sembra, assorbiti come siamo dalla grandezza della musica;
quello di Tchaikovskij sembra ancor più difficile di quello che
è, e la sensazione è un po’ quella che si prova al circo
quando non si sa se il domatore di leoni riuscirà a portare a
termine il suo numero o se verrà divorato prima.
In proposito,
va detto che la qualità dell’esecuzione è di primaria
importanza nel determinare l’esito di questo lavoro e
l’impressione che lascia dentro di noi. Il concerto è pieno
di tentazioni poco edificanti per il solista e il direttore,
veri e propri inviti alla volgarità, che quando sono raccolti
si rivelano catastrofici, e quando sono ignorati vanno a grande
merito degli esecutori.
Per chi non l’avesse capito,
personalmente trovo questo lavoro piuttosto ripugnante e
tuttavia ho il ricordo di un’esecuzione una sera tardi su
Rai3, di David Oistrakh ai tempi dell’Unione Sovietica,
vestito come un garzone di macellaio in libera uscita, con una
giacchetta striminzita dai risvolti consunti e macchiati, e
tuttavia assolutamente sublime.
Così vanno le cose della
musica.
Tornando
alla prima del concerto di Tchaikovskij, la recensione di
Hanslick è terribile, tanto terribile che il compositore, pur
sentendosi offeso mortalmente, la trova persino divertente.
Hanslick parla di “incoerenza, completa mancanza di gusto, rozzezza
e barbarie”, di un violino che “non suona, ma raglia,
stride, ruggisce”; scopre che esiste musica puzzolente (stinkende
Musik), categoria che il concerto rappresenta appieno.
In
realtà quanto sopra non è che un lungo preambolo per arrivare
a parlare di un film, Il concerto, del regista Radu Mihaileanu già
noto per Train de vie, e
che fu già protagonista di una polemica assai meschina con
Benigni, da lui accusato, a proposito di La
vita è bella, soprattutto di inverosimiglianza. Ad ogni
modo, non mi metterò a parlare di cinema. Ne parlo solo in
quanto il Concerto op. 35
è in un certo senso il personaggio più ingombrante e
maltrattato del film, che si pone anche come un film sulla
musica.
Dirò soltanto che nessuno chiede a un’opera d’arte di essere veritiera,
ma la verosimiglianza intesa come coerenza interna è un
requisito minimo.
In questo senso Alice in
Wonderland delinea un universo chiaramente immaginario, ma
del tutto rigoroso e, se possibile, più verosimile di quello
reale.
Si è parlato di metafora, ma, come dicono a Roma, de che? (visto che, tra l’altro, nel Concerto di Tchaikovskij di “anima slava” autentica ce n’è
ben poca e quello che rimane è una sorta di caricatura).
Personalmente non riesco a scorgere nulla di metaforico in
un’opera musicale che per vivere oltre la partitura, che pochi
sono in grado di leggere, ha bisogno di essere realizzata, e
quindi prima studiata dai singoli esecutori, poi assemblata da
un esecutore al vertice (il direttore d’orchestra) mediante un
processo (la concertazione) che richiede, nel caso del Concerto
op. 35, numerose prove.
A questo proposito, e tanto per puntualizzare, vorrei far presente alcuni
fatti, in nessun modo opinabili:
1. un orchestrale che per trenta anni non suona più in orchestra non è
assolutamente in grado di tornare a farlo con un pezzo del
genere, men che mai (come accade invece nel film), con strumenti
di fortuna;
2. la tecnica violinistica attuale è talmente avanzata che episodi come
quello del violinista tzigano che stupisce una professionista
internazionale come la violinista del film non stanno né in
cielo né in terra;
3. nessun solista di fama accetterebbe mai di suonare un pezzo del genere
“alla cieca”, con una sola prova e con un direttore
sconosciuto, per quanto mitico;
4. l’unico fugace momento di plausibilità del film è la cacofonia
all’inizio del concerto, che nella vita reale nessun miracolo
riuscirebbe a trasmutare in musica celestiale. A tutto c’è un
limite;
5. se nei ristoranti è possibile mangiare solo un secondo, nella vita
concertistica normalmente non esiste un programma con un solo
pezzo, per quanto impegnativo come il Concerto
op. 35.
Persino Mahler viene servito con un po’ di
antipasti.
Potrei continuare, ma mi
fermo qui. Quanto sopra potrebbe sembrare un elenco di
pignolerie, ma io trovo che nessuna opera d’arte dovrebbe aver
bisogno di ricorrere a simili violazioni e manipolazioni del
buon senso, prima ancora che della forma interna, per veicolare
un qualsiasi messaggio.
La cosa indigna ancora di più quando
viene coinvolta la musica, vale a dire l’arte più
misconosciuta e bistrattata nella cultura attuale, dove si
ignora che saper ascoltare è un diritto che bisogna saper
acquisire e conquistare, nella quale l’ “arte
dell’ascolto” è diventata una disciplina esoterica.
“La tua musica non esiste”, dice il personaggio
principale di The Shout,
il meraviglioso film (quello sì) di John Boorman, ad un
sedicente compositore d’avanguardia di cui seduce la moglie.
Ebbene, credere nell’esistenza di Bocelli e di Giovanni
Allevi, del festival di Sanremo e di films come Il
concerto è un’illusione pericolosa che corrompe ancora di
più la qualità della nostra vita, già minacciata dagli ogm,
dalla marea nera, dal
Grande fratello e dal
governo Berlusconi. Come si diceva una volta, credere agli asini
che volano.
Once we have decided that smoke is
sculpture, it doesn’t make things any easier, ovvero
“una volta deciso che
il fumo è scultura, le cose non diventano affatto più
facili.” (Mary
Ashley, citata da John Cage).
Roberto
Laneri
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