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di
Roberto Laneri
Kakua
si alzò in piedi in silenzio davanti all’imperatore. Dopo di
ché produsse un flauto dalle pieghe della sua tonaca, e suonò
una piccola nota. Poi, inchinandosi cosrtesemente, sparì.
Raramente
mi capita di rileggere quello che scrivo in generale, in questa
rubrica in particolare. Mi è capitato recentemente, e per una
volta mi sono messo nei panni di chi legge, di cui probabilmente
spesso presumo troppo. Ad esempio, potrebbe esserci qualcuno tra
i miei 2.5 lettori che si è chiesto cosa e come sia la minimal
music, di cui Steve Reich è uno degli esponenti più
rappresentativi. Forse, proprio il fatto che la minimal
music stia conoscendo in questi anni, non fosse altro che
per meriti anagrafici, uno status
di quasi “classicità”, come a dire che tra i grandi della
musica, tra Bach, Beethoven, Mozart, Strawinsky e tanti altri,
ci possono stare anche Terry Riley e, per l’appunto, Steve
Reich e pochissimi altri, rende necessario uno sguardo di
sintesi e di distacco
Tra
l’altro, si tratta di una musica le cui modalità mi sono
familiari, avendola praticata per molto tempo come compositore
ed esecutore e sentendomi, se non un minimalista totale, affine
in parecchie cose a parecchi minimalisti.
La
prima domanda che ci si potrebbe porre è: come si riconosce un
pezzo di minimal music? In
altre parole, quali sono gli elementi a mia disposizione in base
ai quali posso concludere che quello che sto ascoltando è minimal
music e non, tanto per dire, musica pigmea o della seconda
scuola di Vienna?
Parecchi
anni fa mi capitò di scrivere una recensione di un concerto di
Philip Glass per L’Espresso,
essendo il critico del giornale, più che indisposto, poco
disponibile (allora si trattava veramente di musica eversiva).
Il mio articolo apparve poi titolato, dalla redazione, come
Professione:
ripetente.
Al
di là di certi manierismi del giornalismo, è chiaro come la
caratteristica della minimal
music che più colpisce chi non la conosce è la
ripetizione, che è l’argomento di questo articolo (o
“pezzo”, come pare che dicano i giornalisti veri). Ma che
vuol dire “ripetizione”? Forse che nella musica classica
la ripetizione non si usa?
Si
usa, certo, e anche in modi non sempre univoci, spesso molto
particolari (basti pensare a Schubert, la cui musica Glenn Gould
trovava “inutilmente ripetitiva” e Beethoven “una lagna
divina” (non è chiaro in qual senso, se in quello di
“lagna, però divina,” oppure “divina, però una
lagna”). Si
potrebbe definire la ripetizione come il collante della musica,
ciò che la tiene insieme nella mente di chi ascolta, anche
perché è strettamente legata alla memoria (raramente si
ricorda qualcosa che si sia ascoltata una sola volta, proprio
per questo aneddoti come quello di Mozart, che trascrive il Miserere
dell’Allegri dopo averlo sentito in concerto hanno
dell’incredibile, ammesso che siano veri).
Tuttavia è vero
che nella tradizione classica europea la ripetizione è tutto
sommato sobria, contenuta, funzionale allo scopo di
“salvare” nella memoria dell’ascoltatore i motivi e gli
spunti importanti, affinché egli possa rinoscerli quando
riappaiono manipolati nei modi più vari. In altre parole, la
ripetizione è sottoposta alla variazione: di una cellula, un
motivo, un tema, un gruppo tematico. La variazione (“tema con
variazioni”) diviene una vera e propria forma, e la norma.
Non
a caso la regola forse più caratterizzante della dodecafonia,
che la rende dirompente, radicale e ostica ai più è quella che
proibisce di ripetere una nota prima che siano apparse tutte le
altre 11 del totale cromatico. È un po’ come proibire e
inibire qualsiasi possibilità di melodia anche vagamente
accattivante, anche se alcuni compositori assai californiani
(non potrebbe essere altrimenti), hanno dimostrato che si
possono scrivere musiche dodecafoniche melodicamente attraenti,
basta usare terze e seste in quantità maggiore di quella,
strettamente “omeopatica”, prescritta da Schoenberg & C.
Insomma,
la ripetizione nella musica occidentale è altamente
formalizzata. Ad esempio la cosidddetta progressione,
vale a dire la ripetizione di uno stesso disegno su note
diverse, prima di sciogliersi (la parola giusta è risolvere)
si verifica per 3 volte e non di più. Tuttavia prima della
formulazione di un linguaggio europeo comune, a cui hanno
contribuito potentemente musicisti come Haydn, Mozart e
Beethoven, non mancano esempi abbastanza anomali.
Un esempio per
tutti il rondò Fumeaux
Fume, attribuito a Solage,
un musicista appartenente alla cosiddetta “avanguardia del 14°
secolo”, essenzialmente un manierismo pieno di stranezzze, le
cui progressioni arrivano a ripetersi fino a 7 volte, con un
effetto indescrivibile e probabilmente da ricollegarsi all’uso
di sostanze psicotrope da parte dei fumeurs,
la cerchia più o meno esoterica a cui apparteneva lo stesso
Solage.
In seguito, la musica occidentale erige una forte
trincea contro tutto ciò che potrebbe favorire il perdersi di
chi ascolta nella musica, con un’operazione simile a quel che
ha fatto la chiesa con l’esperienza mistica, che non viene
affatto incoraggiata nei singoli, ma è sempre gestita (e
annacquata) dall’alto. Insomma, anche chi ascolta musica deve
essere un membro responsabile della società, al punto che
Adorno (ll gran sacerdote di finte rivoluzioni, musicali e non,
che quando venne in contatto con la rivoluzione studentesca del
’68 si affrettò a prenderne le distanze), ravvisa elementi di
vera e propria malattia mentale nelle musiche, ricche di ostinati,
di Strawinsky (!) e persino di Ravel.
Già,
Ravel. Come dire, il contrario della dodecafonia, che più
contrario non si può. Il Bolero,
pezzo di radical departure
dal “corpo sano” della musica europea, deve aver procurato
non pochi mal di testa ad Adorno, essendo sì ripetizione, ma
anche variazione continua, il trionfo di una scrittura
raffinatissima e padrona dei suoi mezzi, che producono un
effetto di pura goduria estetica nell’ascoltatore.
E
prima ancora c’è il precedente delle Vexations
di Satie, una frase di 52 tacti
per pianoforte da ripetersi 840 volte: non a caso una delle cose
più deliziose mai scritte da John Cage
si intitola Erik Satie.
Quanto
a Cage, molte sue musiche possono definirsi minimal
per i limiti molto ristretti di certi loro parametri,
tuttavia non vi si trova ripetizione. In questo senso, la musica
di Cage è veramente ciò che dice di essere, vale a dire la
negazione della musica intesa come attività culturale e quindi,
mi viene da aggiungere, la negazione di ogni possibilità di
linguaggio, in quanto ogni linguaggio è per definizione dotato
di un minimo di ridondanza, intesa come ripetizione. Tuttavia, e
forse suo malgrado, Cage
ha finito per avere un’influenza determinante sui minimalisti
per uno dei suoi aforismi più famosi (perché non sutra?
Sicuramente gli farebbe piacere), che recita (cito a
memoria) più o meno così:
Se
qualcosa è noiosa per 4 minuti, falla per 8 minuti, se è
noiosa per 8 minuti falla per 16 minuti, e così via. Alla fine
scoprirai che il qualcosa può diventare molto interessante.
Quanto
sopra è stato recepito pienamente dalla minimal
music, che ripete tanto.
Il
risultato percettivo è un po’ come quel gioco da bambini (be’,
da bambino era uno dei miei preferiti) di ripetere velocemente e
continuamente una qualsiasi parola, sillaba, combinazione di
parole e/o sillabe. Due tra i pezzi più brillanti e riusciti di
Steve Reich primo periodo fanno esattamente la stessa cosa con
le frasi dei rispettivi titoli (Come
Out to Show Them e It’s
Gonna Rain) registrate, spezzettate e ripetute.
In pezzi come questi, curiosamente, la microstruttura
sovrapposta a se stessa diventa una struttura di massa. Come
dire che, ad esempio, una nota indefinita di trombone nel
registro basso, di per sé assai poco “strutturante”,
scritta in partitura sotto forma di istruzioni per l’uso e
data a 76 tromboni può diventare, come diceva Cage,
very
interesting.
La
musica classica “seria” non ha mai perdonato alla minimal music la presunta “facilità”, il fatto di usare poco o
niente in fatto di note, addirittura il fatto che spesso non vi
siano nemmeno note, ma suoni anche di difficile classificazione.
Il compositore di estrazione europea, cresciuto sulle sinfonie
di Brahms e Mahler, trova incredibile
e quasi sconveniente che si possa fare un pezzo, anche di
durata consistente, con 5 o 6 note, ripetute, ovviamente, in una
miriade di modi. Insomma, quando un compositore non sa che fare,
ripete, il che fa dire a Pierre Boulez in un celebre (si fa per
dire) articolo di fine anni ’60:
Avete
mai sentito la musica di Terry Riley? Insomma, quanto stupidi si
può diventare?
Del
resto, gli stessi compositori di scuola minimalista molto spesso
si sono mostrati a disagio con l’etichetta, tanto che si
direbbe che “piccolo è bello” valga soltanto per le frange
più dure e pure del minimalismo.
Se ricordiamo che nella terra di nessuno dell’arte
concettuale e della performance
la stessa etichetta è stata coniata e appiccicata prima
alle arti visive, non dobbiamo stupirci che non a tutti i
musicisti, nonostante si parli tanto di contaminazione, piace
essere assimilati a quest’ultime.
Per
ora mi fermo qui, ma potrei anche continuare, e forse è quello
che farò nel seguito a questo articolo.
Roberto
Laneri
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