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Un
Sax Che Piange Urla Si Lamenta
di
Roberto Laneri
“Un
tale aveva l’orecchio così poco musicale che se lo avesse
sorretto con un po’ di teoria avrebbe certamente rivoluzionato
la storia della musica.”
Che esista una qualità, o
meglio un complesso di qualità, che va sotto il nome generico
di “musicalità” è un dato indiscutibile. Tuttavia non
sempre e non a tutti è chiaro che cosa si intenda esattamente
con questa parola, e se si tratti di qualcosa su cui tutti
potrebbero essere d’accordo, considerando anche che molti
sembrano investire il fare musica e l’essere musicisti di un
alone quasi mistico, quasi fosse una sorta di divina
investitura. Un complesso di qualità distinte e specifiche, ben
al di là del generico “avere orecchio”
A esempio, gli esami
d’ammissione al conservatorio si svolgono (o meglio si
svolgevano prima dell’attuale riforma, che prevede vere e
proprie prove di esecuzione) secondo una procedura abbastanza
standard, in effetti una serie di prove attitudinali che
dovrebbero accertare la presenza nel candidato delle qualità
musicali di cui sopra, e che riposano su una sorta di assunto
socratico/platonico (musicista è chi si intende di musica,
avrebbe detto Socrate per bocca di Platone, così come il
ciabattino si intende di scarpe).
Vediamo dunque in che
consistono queste prove.
In primo luogo l’abilità di
distinguere e discriminare correttamente frequenze diverse, per
cui il candidato dovrà intonare con la propria voce sia note
isolate che brevi frasi suonate dall’esaminatore al
pianoforte. Abilità molto importante nella musica occidentale,
nella quale le frequenze (comunemente dette “note”) hanno un
ruolo fondamentale.
Credo di avere scritto e
riscritto ad nauseam
in questi articoli che in natura esiste un continuum
sonoro, e non le note, il che fa sì che presso altre culture la
l’idea di “melodia” sia molto diversa dalla nostra e
spesso del tutto assente. Viene
in mente Michelangelo, secondo il quale la scultura consisteva
nel togliere il superfluo da un blocco di marmo.
Seque una prova di attitudine ritmica, anche questa sacrosanta poiché a
poco servirebbe riconoscere e suonare le note giuste, qualora
non si sapessero collocare correttamente nel tempo, anche per poter
interagire con eventuali altri musicisti. Quindi gli
esaminatori, battendo le mani o in altri modi, suonano delle
frasi ritmiche che i candidati devono saper riprodurre.
Altre
prove non sempre richieste, ma a mio avviso altamente
raccomandabili: saper individuare e cantare isolatamente le note
di un accordo (capacità armonica come l’abilità di sentire
la musica in modo “verticale”, particolarmente legata alle
emozioni e la loro espressione); il memorizzare una nota
iniziale e tenerla mentre l’esaminatore suona un barrage
di altre note (sia i musicisti sia coloro che sanno apprezzare
la musica dovrebbero esserne dotati in sommo grado).
Comunque,
tutto questo è in
realtà il minimo indispensabile, nel senso che l’eccellere in
tali prove attitudinali non garantisce che si diventerà
musicisti oltre i limiti di una speranzosa previsione. Altre
qualità, meno specifiche ma non meno importanti:
l’autodisciplina; la pazienza; la capacità di elaborare
strategie alternative di apprendimento (il “saper
studiare”); secondo alcuni (non secondo me, anche se mi
sarebbe piaciuto nascere nella famiglia Bach) una famiglia
musicalmente letterata (e magari ricca) alle spalle.
Insomma,
l’essere e il diventare musicisti sembra dipendere da molti
fattori che ripercorrono la complessa dialettica
natura/ambiente. Se poi si parla di stars, vere o presunte che siano, si parla di musicisti che lo
diventano per percorsi misteriosi e imprescrutabili che spesso
poco hanno a che fare con la musica e le abilità musicali.
In
occidente, è nel ‘900 che la musicalità comincia ad essere
messa in dubbio nella sua necessarietà. Penso ad Erik Satie, che
rimane a mio avviso un mediocre compositore, assai più
memorabile per i suoi scritti che lo rendono un artista
concettuale ante litteram.
Significativo in proposito che la rivalutazione di Satie sia
partita da John Cage, che si definiva “non musicista” ma che
per certi aspetti ha rivoluzionato il modo di far musica.
In
effetti Cage si pone come l’emergere di un’alterità
radicale all’interno dell’idea fino allora condivisa di
musica: ancora un volta, arte concettuale. Si fa strada l’idea
che non occorra essere musicisti per fare musica (come non
occorre essere pittori per dipingere).
Per
cui l’arte concettuale più che produrre “cose”, o
prodotti artistici (composizioni musicali, quadri, opere
letterarie etc.), produce l’esibirsi, il mostrare se stesso da
parte dell’artista che si autodefinisce tale, e che
probabilmente non sarebbe riconosciuto come tale dai non addetti
ai lavori.
In
altre parole il mongoloide esibito come opera d’arte ad una
Biennale di Venezia di parecchi anni fa è diventato tale perché
qualcuno ha deciso di diventarne l’autore.
L’intenzionalità
dell’artista diventa un fattore preponderante nella
definizione di ciò che è arte.
Se
non altro Cage ha sempre avuto l’onestà intellettuale di
riconoscere la sua mancanza di musicalità, anche se forse in
questo nessuno l’ha preso sul serio.
Pensieri
del genere mi attraversavano la mente durante il concerto di
Ornette Coleman all’Auditorium di Roma.
Avevo
deciso di andarci per ragioni più o meno sentimentali, pensando
anche che poteva essere una delle ultime occasioni di ascoltarlo
dal vivo data la sua età avanzata (79 anni), senza particolari
aspettative di tipo musicale.
Invece,
come già con Gato Barbieri qualche anno fa, ho ritrovato
un’esperienza, anche di tipo musicale, semplicemente
sublime.
I
classici temi asimmetrici e memorabili, più altri che non
conoscevo, fraseggi folgoranti, e soprattutto quel sax che quasi
non suona “note”, ma sembra piuttosto un animale che piange,
ride, urla, si lamenta.
Quanto
al rispetto della metrica e della quadratura, si tratta di cose
che Ornette non ha mai rispettato, e non si vede perché
dovrebbe cominciare adesso: nel suo caso non se ne sente ancora
la mancanza.
Parafrasando
l’aforisma di Lec, un tale con così poca teoria ma sorretto
da tanto orecchio che ha rivoluzionato la storia della musica.
. Questa tendenza è bilanciata, nella musica del ‘900,
da un’opposta tendenza verso un tecnicismo esasperato,
come dire che l’esecutore di musica contemporanea
universale dovrebbe sia saper suonare molto bene, sia
sapersene dimenticare.
Roberto
Laneri
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