Qualora voleste ascoltare le originali note del Maestro Roberto Laneri, adesso potreste farlo digitando il seguente indirizzo web che vi condurrà allo spazio del maestro su MySpace:  http://www.myspace.com/robertolaneri  

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Un Sax Che Piange Urla Si Lamenta   

 di Roberto Laneri  

“Un tale aveva l’orecchio così poco musicale che se lo avesse sorretto con un po’ di teoria avrebbe certamente rivoluzionato la storia della musica.”[1]

Che esista una qualità, o meglio un complesso di qualità, che va sotto il nome generico di “musicalità” è un dato indiscutibile. Tuttavia non sempre e non a tutti è chiaro che cosa si intenda esattamente con questa parola, e se si tratti di qualcosa su cui tutti potrebbero essere d’accordo, considerando anche che molti sembrano investire il fare musica e l’essere musicisti di un alone quasi mistico, quasi fosse una sorta di divina investitura. Un complesso di qualità distinte e specifiche, ben al di là del generico “avere orecchio”

A esempio, gli esami d’ammissione al conservatorio si svolgono (o meglio si svolgevano prima dell’attuale riforma, che prevede vere e proprie prove di esecuzione) secondo una procedura abbastanza standard, in effetti una serie di prove attitudinali che dovrebbero accertare la presenza nel candidato delle qualità musicali di cui sopra, e che riposano su una sorta di assunto socratico/platonico (musicista è chi si intende di musica, avrebbe detto Socrate per bocca di Platone, così come il ciabattino si intende di scarpe).

Vediamo dunque in che consistono queste prove.

In primo luogo l’abilità di distinguere e discriminare correttamente frequenze diverse, per cui il candidato dovrà intonare con la propria voce sia note isolate che brevi frasi suonate dall’esaminatore al pianoforte. Abilità molto importante nella musica occidentale, nella quale le frequenze (comunemente dette “note”) hanno un ruolo fondamentale.

 Credo di avere scritto e riscritto ad nauseam in questi articoli che in natura esiste un continuum sonoro, e non le note, il che fa sì che presso altre culture la l’idea di “melodia” sia molto diversa dalla nostra e spesso del tutto assente.  Viene in mente Michelangelo, secondo il quale la scultura consisteva nel togliere il superfluo da un blocco di marmo.

Seque una prova di attitudine ritmica, anche questa sacrosanta poiché a poco servirebbe riconoscere e suonare le note giuste, qualora non si sapessero collocare correttamente nel tempo, anche per poter interagire con eventuali altri musicisti. Quindi gli esaminatori, battendo le mani o in altri modi, suonano delle frasi ritmiche che i candidati devono saper riprodurre.

Altre prove non sempre richieste, ma a mio avviso altamente raccomandabili: saper individuare e cantare isolatamente le note di un accordo (capacità armonica come l’abilità di sentire la musica in modo “verticale”, particolarmente legata alle emozioni e la loro espressione); il memorizzare una nota iniziale e tenerla mentre l’esaminatore suona un barrage di altre note (sia i musicisti sia coloro che sanno apprezzare la musica dovrebbero esserne dotati in sommo grado).

Comunque, tutto questo  è in realtà il minimo indispensabile, nel senso che l’eccellere in tali prove attitudinali non garantisce che si diventerà musicisti oltre i limiti di una speranzosa previsione. Altre qualità, meno specifiche ma non meno importanti: l’autodisciplina; la pazienza; la capacità di elaborare strategie alternative di apprendimento (il “saper studiare”); secondo alcuni (non secondo me, anche se mi sarebbe piaciuto nascere nella famiglia Bach) una famiglia musicalmente letterata (e magari ricca) alle spalle. 

Insomma, l’essere e il diventare musicisti sembra dipendere da molti fattori che ripercorrono la complessa dialettica natura/ambiente. Se poi si parla di stars, vere o presunte che siano, si parla di musicisti che lo diventano per percorsi misteriosi e imprescrutabili che spesso poco hanno a che fare con la musica e le abilità musicali.

In occidente, è nel ‘900 che la musicalità comincia ad essere messa in dubbio nella sua necessarietà.[2] Penso ad Erik Satie, che rimane a mio avviso un mediocre compositore, assai più memorabile per i suoi scritti che lo rendono un artista concettuale ante litteram. Significativo in proposito che la rivalutazione di Satie sia partita da John Cage, che si definiva “non musicista” ma che per certi aspetti ha rivoluzionato il modo di far musica. 

In effetti Cage si pone come l’emergere di un’alterità radicale all’interno dell’idea fino allora condivisa di musica: ancora un volta, arte concettuale. Si fa strada l’idea che non occorra essere musicisti per fare musica (come non occorre essere pittori per dipingere). 

Per cui l’arte concettuale più che produrre “cose”, o prodotti artistici (composizioni musicali, quadri, opere letterarie etc.), produce l’esibirsi, il mostrare se stesso da parte dell’artista che si autodefinisce tale, e che probabilmente non sarebbe riconosciuto come tale dai non addetti ai lavori. 

In altre parole il mongoloide esibito come opera d’arte ad una Biennale di Venezia di parecchi anni fa è diventato tale perché qualcuno ha deciso di diventarne l’autore. 

L’intenzionalità dell’artista diventa un fattore preponderante nella definizione di ciò che è arte. 

Se non altro Cage ha sempre avuto l’onestà intellettuale di riconoscere la sua mancanza di musicalità, anche se forse in questo nessuno l’ha preso sul serio.

Pensieri del genere mi attraversavano la mente durante il concerto di Ornette Coleman all’Auditorium di Roma. 

Avevo deciso di andarci per ragioni più o meno sentimentali, pensando anche che poteva essere una delle ultime occasioni di ascoltarlo dal vivo data la sua età avanzata (79 anni), senza particolari aspettative di tipo musicale. 

Invece, come già con Gato Barbieri qualche anno fa, ho ritrovato un’esperienza, anche di tipo musicale, semplicemente sublime. 

I classici temi asimmetrici e memorabili, più altri che non conoscevo, fraseggi folgoranti, e soprattutto quel sax che quasi non suona “note”, ma sembra piuttosto un animale che piange, ride, urla, si lamenta. 

Quanto al rispetto della metrica e della quadratura, si tratta di cose che Ornette non ha mai rispettato, e non si vede perché dovrebbe cominciare adesso: nel suo caso non se ne sente ancora la mancanza. 

Parafrasando l’aforisma di Lec, un tale con così poca teoria ma sorretto da tanto orecchio che ha rivoluzionato la storia della musica. 


[1] Stanislaw J. Lec: Pensieri spettinati

[2] . Questa tendenza è bilanciata, nella musica del ‘900, da un’opposta tendenza verso un tecnicismo esasperato, come dire che l’esecutore di musica contemporanea universale dovrebbe sia saper suonare molto bene, sia sapersene dimenticare.

Roberto Laneri

 

                                                                               

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

  

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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