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Resisto
a tutto, fuorché alla tentazione
di
Roberto Laneri
In
questi giorni si è parlato molto, per via di ricorrenze di date
che assomigliano a riti millenaristici, di Fabrizio di Andrè.
Si parla anche molto di un intervento di Uto Ughi a proposito di
un pianista il cui nome non scrivo nemmeno, il che, dopo averci
pensato molto, credo sia la cosa più giusta da fare.
De
Andrè, invece. Anche qui voglio dire il meno possibile, nel
senso che tutto ciò mi riguarda molto poco in quanto riguarda
molto poco la musica, che è la cosa di cui preferisco parlare.
Comunque se penso che a suo tempo si ventilò questo nome per
intitolare l’Auditorium di Roma, assieme ad altri non meno
bizzarri, come di quello di Lucio Battisti, mi vengono i
brividi. Mi sembra sia in atto una gran confusione di ruoli,
forse normale in un paese dove diventare ministri è più facile
che iniziare un’attività.
Allora,
esiste il mondo dei musicisti e quello degli altri. Inutile dire
che il secondo è più numeroso, senza contare che nel mondo dei
musicisti corrono faide che nemmeno dentro Rifondazione
Comunista. Comunque sia, comincio a pensare che, eccetto per un
interfacciarsi su un piano di sfruttamento commerciale reciproco
(i non-musicisti comprano, o dovrebbero comprare, i prodotti dei
musicisti e viceversa), tra i due mondi vi sia non poca
incommensurabilità.
Siccome
tenere una rubrica così è una tentazione
troppo forte a parlar male di qualcuno, perché la cosa abbia un
senso in genere viene demandata ai critici, la cui funzione è
essenzialmente di mediare tra i due mondi, e la cui posizione
personale è (o dovrebbe essere) neutrale. Tutto al contrario, i
veri musicisti non sono mai neutrali, proprio in quanto devono
essere intimamente convinti che la propria musica sia migliore
di quella degli altri. In altre parole, ci devono “credere”,
né più né meno di chi vende ortaggi al mercato.
In
genere una musica può essere analizzata, e quindi criticata,
secondo vari punti di vista. Per cominciare, quello tecnico.
Questo punto si direbbe essere molto importante per i musicisti,
e poco o affatto per i non musicisti. Ciò accade perché
quest’ultimi in genere non sono in grado di giudicare riguardo
agli aspetti tecnici. Bisogna
comunque dire che oggi le tecniche di registrazione,
riproduzione e manipolazione del suono consentono di falsare
molto le carte, in qualsiasi genere di musica. I musicisti
invece rispettano molto la tecnica altrui (“è
un …., ma c’ha una gran tecnica”), perché è
l’unico campo che si sottrae allo loro totalizzante
soggettività.
In
effetti, cosa si potrebbe dire di tutto il resto, se non che
rientra nella sfera di espressione personale di ogni individuo.
Tuttavia, a parte questo, esiste in tutte le arti una sorta di
metagrammatica dell’espressione, che è indispensabile
conoscere proprio per poterla violare consapevolmente, “per
volontà” e non “per caso”. Questo perché il “caso”
che risulta da processi naturali ha sempre una sua bellezza, che
è la cosa più difficile da imitare da parte di esseri umani.
Alcuni, come John Cage e Watazumido Shu-so (un maestro zen
che ha scelto il suono come veicolo), vi sono andati
molto molto vicini.
Quanto
alla grammatica della “volontà”, certamente istintiva per i
genii, altrettanto certamente può essere appresa. Una delle mie
lamentele più ricorrenti riguarda la mancanza in Italia, fino a
tempi recenti, di quei corsi di music
appreciation che rendono la cultura anglosassone molto più
ricettiva e rispettosa della musica. È opinione abbastanza
fondata che se 4 tedeschi possono cantare un corale di Bach, un
italiano non riesce a cantare da solo nemmeno ‘O
sole mio.
In
altre parole, c’è differenza tra una lettera sgrammaticata e
una poesia ermetica, e chi non se accorge semplicemente non
capisce abbastanza di arte in generale. E in effetti non è
detto che tutti debbano interessarsi di arte. Per molte persone
l’arte è un’entità del tutto superflua. Personalmente
credo che anche il protozoo o l’ameba più unicellulare
abbiano comunque delle preferenze rispetto al proprio benessere
pesonale, che se non si possono proprio definire artistiche in
un certo senso si avvicinano ad una tra le tante idee intorno
all’arte. E cioè quella che l’arte debba contribuire al
benessere, nel senso che un ambiente “artistico” fa scattare
sensazioni gradevoli, migliora la circolazione del sangue etc.
etc. Insomma, è sempre bene cercar di capire, caso per caso,
quanto i cosiddetti “gusti” siano autoctoni o indotti, il
che, ripeto, si può capire solo caso per caso.
Comunque
sia, è noto che i
gusti dei musicisti ben raramente coincidono con quelli della
massa (i musicisti sono convinti che i gusti del pubblico siano
largamente pilotati e influenzabili da fattori extra-musicali).
Immaginiamo
che in un mondo senza musicisti vi sia un’automobile che, per
varie ragioni, risulti difettosa e quindi anche pericolosa. La
cosa sarebbe largamente pubblicizzata e si tradurrebbe in un
grave danno, economico e d’immagine, per la casa produttrice,
che ritirerebbe il prodotto. A mio parere, Uto Ughi non ha fatto
altro che segnalare un prodotto difettoso. Pericoloso? Chi ama
il paesaggio sonoro, sa che anch’esso deve essere protetto, né
più né meno di
quello fisico, e che la cattiva musica è una truffa, come la
frode sportiva e il cibo adulterato.
Alla
fine, in ciò che determina il successo commerciale di un
musicista, entrano fattori extramusicali, più di quelli
strettamente musicali. E dal momento che il grosso pubblico, per
sua stessa ammissione, non “capisce” la musica, giudica
secondo criteri che ai musicisti risulteranno comunque
incomprensibili.
Roberto
Laneri
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