The last Laneri's CD - Sentimental Journey

 

 

Qualora voleste ascoltare le originali note del Maestro Roberto Laneri, adesso potreste farlo digitando il seguente indirizzo web che vi condurrà allo spazio del maestro su MySpace:  http://www.myspace.com/robertolaneri  

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Il Suono che dà Forma

 di Roberto Laneri

 

Recentemente ho tenuto una serie di incontri intitolati “Il suono che dà forma” presso un’associazione di psicologi di Firenze. 

Scopo degli incontri, inquadrati in un corso di formazione, era allargare gli orizzonti mentali e culturali dei partecipanti oltre i temi strettamente psicologici consueti. 

Il tema generale degli incontri era la definizione del paesaggio sonoro europeo, articolata in tre momenti: 1.Guillaume de Machaut e l’amore cortese; 2.Il contrappunto come acceleratore cerebrale; 3.L’Offerta Musicale di J.S. Bach. 

L’idea di fondo, che dovrebbe essere ben nota ai miei 2.5 lettori, 

“…è un’ulteriore elaborazione della nozione di paesaggio sonoro (soundscape-Murray Schafer), nel senso che un particolare tipo di suono e alcune musiche chiave hanno letteralmente e non metaforicamente dato forma all’Europa che conosciamo. (…) 

L’idea che l’Offerta Musicale di Bach sia un landmark, un’icona europea né più né meno del Duomo di Colonia, e che Notre Dame debba alle musiche dei grandi polifonisti dell’Ars Antiqua anche il suo essere fisico, non è più (o soltanto) una nozione vagamente mistica, dopo la scoperta di Chladni (1756-1827) che i suoni hanno il potere di muovere le molecole e quindi di modificare la materia. 

Quindi, il suono che dà forma, ma anche tras-forma, in-forma, de-forma, ri-forma.”

Questa visione, elaborata lentamente nel corso di anni, mi è apparsa con chiarezza assoluta durante un viaggio che feci nel intorno al capodanno del 2000 nelle terre dove aveva vissuto e lavorato Bach, nell’ex Germania Est. 

Non credo di essere una persona che si emoziona facilmente nei suoi viaggi (chi mi conosce dice che tendo a viaggiare come un pacco postale ed è vero, fondamentalmente sono un pigro con scarso interesse a conoscere paesi nuovi, e la massima parte dei miei viaggi è avvenuta per lavoro), tuttavia quel viaggio mi ha lasciato un’impressione profonda, aiutandomi a precisare le idee di cui sopra.

Bene, ero stato avvertito che avrei trovato un pubblico diciamo poco preparato musicalmente. Passi per Machaut, musicista del ‘300 ancora sconosciuto ai più; passi per il contrappunto, che è sempre stato roba un po’ esoterica. 

Ma l’Offerta Musicale, il lavoro di Bach che prediligo su tutti, che ho studiato e ascoltato centinaia di volte, un trionfo dell’Ars Combinatoria in cui si può scavare e “trovare” all’infinito (non a caso Quaerendo Invenietis è il motto che Bach appone ad alcuni dei canoni enigmatici del lavoro), musica non solo di una profondità sconvolgente, ma anche di una bellezza sfolgorante, pensavo avrebbe parlato a tutti. 

Infatti si tratta di un lavoro chiaramente destinato alla performance (a differenza dell’Arte della Fuga, di natura più speculativa), sia in omaggio al committente Federico di Prussia, sia da parte dello stesso Bach, che pur consapevole di essere un musicista fuori di moda volle dimostrare di saper improvvisare e comporre sul “tema regio”, nonché di saper scrivere una trio-sonata infinitamente migliore di quanto avrebbero saputo fare i suoi stessi figli, più famosi e meglio pagati di lui (Carl Philip Emanuel era il musicista della corte di Prussia). 

Questo per dire che, a differenza dell’Arte della Fuga, l’Offerta Musicale è anche musica brillante, coinvolgente e accattivante, e che comunque lascia il segno anche se non se ne colgono gli aspetti tecnici più complessi.

Per cui alla fine dell’incontro non avrei mai pensato di trovarmi di fronte ad una sorta di vuoto mentale (ma non quello dei maestri Zen). 

Sembrava che nessuno avesse nulla da dire, finché, con una certa fatica da parte del sottoscritto e della coordinatrice del gruppo, sono cominciate a emergere reazioni. 

Il tono generale era lo stupore, da parte di persone abituate alla musica leggera, che la musica potesse essere qualcosa di molto diverso dall’offerta (a mio avviso non troppo “musicale”) consueta.

Però c’è stata una reazione che ho trovato veramente offensiva, non riesco a trovare altre parole, da parte di una persona che ha detto, testualmente “a me questa musica ha dato soltanto ansia.” 

Come commentare? 

Per cominciare, si sa che gli psicologi che vorrebbero curare gli altri in realtà cercano di curare se stessi (e va bene, però dovrebbero esserne coscienti…). 

Poi non potevo non pensare a uno dei miei maestri, il sufi Pir Vilayat, che raccontava come in gioventù fosse guarito da una gravissima depressione ascoltando ogni sera per due mesi la Messa in si minore di Bach. 

Per dire che, se proprio vogliamo metterla sul terapeutico, in effetti la musica di Bach è la più antidepressiva, fisicamente e psicologicamente salutare che si possa trovare. 

Tra l’altro, non avevo mancato di porre in rilievo come proprio l’Offerta Musicale (scritto nella tonalità di do minore) contraddica in modo lampante una delle sciocchezze più diffuse e supinamente accettate a proposito della musica, e cioè che il modo maggiore esprima gioia e quello minore tristezza. 

Questo è vero in misura assai limitata e in casi particolari (penso soprattutto alle esasperazioni del romanticismo), ma per il resto abbiamo a che fare con un’ipersemplificazione che rispecchia la perdita di quello che gli antichi greci chiamavano l’ethos della musica, e gli indiani il raga-sense: e cioè la capacità della musica di esprimere sentimenti in modo chiaro e univoco. 

Che questa capacità sia stata compromessa in occidente (per recuperarla forse l’unica cosa da fare è studiare la musica classica dell’India o il canto armonico, ma questa è un’altra storia) è dovuto anche e soprattutto al restringersi del vasto orizzonte modale nella limitata alternativa maggiore/minore. 

Una volta tanto Calderoli e il ministero della semplificazione non c’entrano, ma resta il fatto che sicuramente approverebbero…

Insomma, è sicuramente molto difficile “spiegare” la musica a chi non la conosce, e comunque chi si dispone all’ascolto dovrebbe avere, come ha detto un tizio vissuto (poco) circa 2000 anni fa “orecchie per intendere”. 

Veramente mi sono reso conto del danno prodotto dalla marea limacciosa di suoni che sgorga ininterrottamente da radio e televisione e che sommerge, impedendone la percezione, anche quelle vette musicali che fino a ieri sembravano punti di riferimento e ancore di salvezza. Si salvi chi può.

Roberto Laneri

 

                                                                               

 

 

 

 

 

 

 

 

  

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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