The last Laneri's CD - Sentimental Journey

 

 

Qualora voleste ascoltare le originali note del Maestro Roberto Laneri, adesso potreste farlo digitando il seguente indirizzo web che vi condurrà allo spazio del maestro su MySpace:  http://www.myspace.com/robertolaneri  

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

C'e' la Crisi!   

 di Roberto Laneri

Ecco, l’ho scritto anch’io, non potevo esimermi, dopo che l’87%  delle firme più prestigiose del giornalismo internazionale ha usato questo titolo a piene mani. 

Quanto al restante 13%, hanno variamente elaborato con formule del tipo “la crisi avanza”, “sull’orlo della crisi”, “la crisi è inevitabile” e via discorrendo.

Tranquilli comunque, non parlerò di economia, di cui, per usare un eufemismo, capisco poco o nulla, tanto è vero che di solito restituisco al giornalaio l’inserto economico di cui Repubblica graziosamente omaggia i suoi lettori. 

So di essere controcorrente, dal momento che su giornali e TV ne parlano tutti, dagli astrologi ai cuochi, ma non penso sia un problema. 

Aggiungo soltanto una mezza banalità (non posso esimermi), nel senso che si tratta di cosa assai poco originale, anzi fin troppo nota, e cioè che in cinese lo stesso ideogramma ha il doppio significato di “crisi” e di “opportunità”. 

In effetti, se crisi significa cambiamento, forse per questo fa tanta paura (quanti psicologi ci vogliono per cambiare una lampadina? Basta uno, ma la lampadina deve veramente voler essere cambiata).

Detto questo, va sottolineato che le paure delle majors discografiche, delle grandi multinazionali, dei grandi managers mi lasciano indifferente, e così dovrebbe essere per la maggior parte degli esseri umani. 

Insomma, per quanto mi sforzi non riesco facilmente ad ipotizzare un mio sequestro da parte di operai o azionisti inferociti, e, non possedendo azioni, non riesco nemmeno a immaginarmi tra i sequestratori. 

Dirò di più, persino il fatto, di cui tanto si parla in questi giorni come se fosse una catastrofe mondiale, che la Ferrari potrebbe abbandonare la Formula 1, mi lascia, se possibile, ancor più indifferente. 

Quanto alla case discografiche, mi viene da dire che erano in crisi anche prima, e che la colpa ricade sulle loro scelte artistiche e di mercato a dir poco dissennate. 

Per cui, ben venga la crisi, intesa come crisi di un modello di ascolto falso e manipolato, che ci vorrebbe far credere che tenori tromboni, pianisti finti e festival degli orrori arricchiscano la qualità della nostra vita. Forse d’ora in poi sarà più facile ascoltare con le proprie orecchie. 

Insomma, a rischio di ripetermi, se ad entrare in crisi è il principio mostruoso e aberrante (ma ancora pervasivo e vincente) che è il successo a determinare il valore, non solamente artistico ma anche economico, ben venga la crisi.

Tra le molte cose che non mi mancheranno, metto ai primi posti le “grandi produzioni” di stagioni e festival internazionali, di quelle per intenderci dal budget superiore a quello di interi paesi, dal Bangladesh al Lussemburgo. 

(Quelli che si intendono di economia avranno un bel dire che si tratta di salvaguardare un prodotto e relativi posti di lavoro, ma preferisco pensare che lavoro per onesti artigiani come elettricisti e attrezzisti teatrali ve ne sarà sempre; per il resto, con pochissime eccezioni, provo ancor meno simpatia per direttori artistici e sovrintendenti megalomani che per i manager sequestrati di cui sopra).

A proposito, recentemente ho avuto modo di assistere al Crepuscolo degli dei con la messa in scena della Fura del Baus, per il Maggio fiorentino. 

Non mi si venga a dire che dovrei essere grato, appunto, agli dei, di essere riuscito a trovare i biglietti, sia pure ad un prezzo che personalmente considero esorbitante, dal momento che l’anno scorso non riuscii a vedere il Sigfrido, a causa dell’esiguo numero di repliche e dei biglietti disponibili volatilizzatisi. 

Forse ingenuamente, mi chiedo, perché così poche repliche per tali produzioni? 

Non sarà che Ludwig di Baviera decise di edificare per Wagner il teatro di Bayreuth per essere sicuro di trovare un posto?

Questo Crepuscolo conclude il progetto di allestimento, assai monumentale, ad opera del ben noto gruppo catalano, e veramente ne segna il crepuscolo, non tanto per quanto riguarda singole scelte (a onor del vero, la Valchiria di due anni fa fu una cosa piuttosto memorabile), quanto perché alla lunga mostra tutta l’usura di una concezione neobarocca del teatro e dello spettacolo (altro che “piccolo è bello”) di cui mi sembra difficile sostenere una pur qualsiasi necessità. 

Già è noto come nel teatro totale wagneriano spesso il buon senso, la coerenza e l’intelligibilità di quanto accade in scena siano a dir poco problematici. 

Non a caso le opere di Wagner esibiscono delle trame ingannevolmente semplici, ma poi viaggiano su una media di cinque ore a spettacolo, ore riempite di lunghe narrazioni, racconti, ripetizioni, digressioni e divagazioni (ogni personaggio si sente in dovere di raccontare la propria storia, a partire dalle gesta leggendarie dei suoi antenati). 

Per cui personalmente gradirei che una messa in scena degna di questo nome semplifichi la comprensione allo spettatore, magari glissando qua e là sulle minuzie genealogiche ma mettendo bene in rilievo i fatti salienti. 

Fatti salienti che nel profluvio di macchine sceniche più o meno mirabolanti finiscono fatalmente per confondersi e perdere di significato. 

Tra questi fatti, la morte di Gunther per mano del perfido Hagen passa del tutto inosservata (sembra che Gunther si sia messo a schiacciare un pisolino in scena); lo stesso dicasi del tentativo da parte dei due fratellastri di strappare l’anello dei Nibelunghi dal dito di Sigfrido.

Un Sigfrido che, per l’occasione, pur essendo stavolta definitivamente defunto (forse stanco dopo aver cantato la sua aria finale, che come si sa riesce difficile con la lancia di Hagen piantata tra le scapole), ha una contrazione che li terrorizza (ma insomma, possibile che questi perfidi che più perfidi non si può, dopo aver combinato casini inenarrabili, si spaventino per così poco, un mero riflesso galvanico del rigor mortis?). 

Lo stesso crollo di Valhalla, evento che musicalmente riceve da Wagner il trattamento che si merita, nell’allestimento in questione sembra quisquilia di poco conto, un po’ come quei terremoti in terre lontane che ogni tanto ci fanno vedere al TG per non più di venti secondi, tanto Berlusconi non ci va perché a fini elettorali gli servono poco. 

Insomma il Valhalla finisce, vien fatto di dire, not with a bang, but with a whimper[1], anche perché lo straripare del Reno, lungi dal porsi come il grandioso contrappunto immaginato da Wagner (una sorta di distruzione cosmica in cui gareggiano l’acqua e il fuoco), si riduce ad una specie di piccolo acquario al fondo della scena davanti al quale Hagen sembra inginocchiarsi e in cui sembra infilare la testa. 

Più che alla morte di quest’essere odioso, tuttavia non privo di una sua grandezza, sembra di assistere ad un momento di relax di un distinto signore in doppiopetto che si distrae, dopo una dura giornata di lavoro, guardando i suoi pesci tropicali nell’acquario del salotto.

Già, perché (ed è ciò che più disturba in quest’allestimento) il barocchismo sfrenato troppo spesso appare come un rivestimento superfluo, un’orpello che ricopre un’idea di messa in scena addirittura piccolo borghese. 

Così, dopo un bel prologo in cui le Norne cantano impiccate su trespoli da guerre stellari che fanno la loro porca figura, il primo atto frana rovinosamente quando veniamo ammessi alla reggia dei Ghibilcunghi; una sorta di loft da nuovi ricchi di Barcellona, in cui Gutrune sembra una sciacquetta da film di Almodovar e Gunther, Hagen e Sigfrido, tutti in doppiopetto grigio, sembrano appena usciti da una noiosa riunione aziendale. 

Un bollitore, di quelli che che dispensano caffè negli uffici, fa bella mostra di sé, mentre sobbolle un liquido (indovinate un po’?) rosso. Manca solo un cartello con la scritta “Pozione” a carattere cubitali. 

Già, perché da quel bollitore usciranno rispettivamente la pozione che fa dimenticare a Sigfrido l’amata Brünnhilde (però altre cosette, come l’uccisione del drago, se le ricorda eccome, persino se ne vanta, come mai? Non sarà un pozione selettiva?) e la contropozione che gli restituisce brevemente la memoria, prima di essere ucciso. 

Tra l’altro non so se volutamente o meno, l’eroe Sigfrido spesso e volentieri appare caricaturale e maldestramente comico (come quando, sotto l’effetto della prima pozione, cerca di montare Gutrune sul tavolo buono della sala da pranzo e in altre occasioni). 

Voglio dire, passi per quello “scemo” (come lo chiama G.B. Shaw) di Gunther, ma Sigfrido no, mi crolla un mito. 

Veramente, è il caso di dire, c’era bisogno di tutto l’armamentario dispiegato con geometrica potenza (riprese subacquee, scenografia da interno di astronave aliena, macchine sceniche, computer graphics etc. etc.) per arrivare al Wagner borghese che si è ormai visto e rivisto e che è diventato un cliché contemporaneo, così come il Wagner di una volta non poteva rinunciare agli elmi con le corna?

Comunque sia, riassumendo il senso del discorso, voglio dire che le nefandezze di cui sopra non siano tanto un incidente di percorso, quanto piuttosto la logica conseguenza di una concezione drogata dello spettacolo che, come la droga pesante, produce assuefazione e ha bisogno di dosi sempre maggiori. 

E se poi la crisi porterà penuria di droghe pesanti, in qualche modo dovremo farcene una ragione.


[1] “non con un’esplosione, ma con un singulto”.

Roberto Laneri

 

                                                                               

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

  

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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