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Caratteri
Della Musica
di
Roberto Laneri
È possibile
che la musica occidentale classica, soprattutto dal romanticismo
alla seconda metà del ‘900, abbia avuto molto più successo
nel mettere in musica il dolore e la sofferenza piuttosto chela
gioia?
Personalmente
non ho dubbi su questo.
Non mi si
venga a citare l’inno alla gioia, l’ultimo movimento della Nona
Sinfonia di Beethoven, che dopo un meraviglioso primo e
terzo movimento chiude lugubremente questo lavoro che molti
hanno giudicato—a mio avviso a ragione—un gigantesco flop.
Ancora oggi
si direbbe che i giovani studenti di composizione ereditino più
o meno consciamente dei modelli che eufemisticamente potremmo
definire poco allegri.
Il risultato
è che i saggi musicali dei giovani ventenni si ispirino ad
episodi, testi e situazioni particolarmente luttuosi e
angosciosi. Per non parlare di alcuni dei loro maestri, pronti a
scrivere pezzi di circostanza dedicati alle vittime di mafia e
di altri attentati (ecco i veri professionisti dell’antimafia
di cui parlava Sciascia).
Insomma, il
pregiudizio ancora ricorrente è che la grande musica, per
essere tale, debba essere intrisa di sofferenza (non a caso, si
parla spesso di “musica seria”!) Vediamone le ragioni, se
esistono.
Indubbiamente,
le inquietudini del romanticismo alla lunga non potevano portare
a nulla di buono. Quanto alla storia dell’Europa, non c’è
troppo da essere fieri della sequela di guerre, massacri,
genocidi, crudeltà e via discorrendo culminata nel
nazismo.
Dalla
tragedia del nazismo nasce la musica della seconda scuola di
Vienna, anche se da questo punto di vista esiterei a confondere
Anton Webern con il suo maestro Schoenberg e l’altro allievo
Berg. Se Webern mi è sempre sembrato psichicamente più sano, a
mio avviso lo si deve alla forte connessione di quest’ultimo
con la natura che alla fine è sempre salvifica rispetto ai
falsi miti della città e della cultura.
Eppure non
c’è ragione perché la musica dodecafonica debba essere per
sua natura triste. Mi torna alla memoria un mio collega
d’università americana che soleva dire, a proposito di
Schoenberg: “Schoenberg era un grande compositore, ma non mi
piace la sua scelta degli intervalli”.
Per quanto
mi riguarda, si tratta di una delle cose più profonde mai dette
di Schoenberg, e mi trova pienamente d’accordo: in realtà si
potrebbe comporre benissimo in stile dodecafonico usando
intervalli più “affettivi” (terze e seste) invece degli
onnipresenti tritoni, settime maggiori e none diminuite.
Il che non
è che un’ulteriore conferma di quanto una personalità
dominante, per non dire dispotica (Schoenberg), finisca con il
fuorviare e manipolare irrimediabilmente la percezione non
soltanto dei suoi allievi diretti, ma anche della generazione
successiva, per intenderci, quella di Darmstadt e dintorni.
La rilettura
di un libro di John O’Shea, Musica
e medicina, sottotitolato Profili
medici di grandi compositori, pubblicato in Italia nel ’91
dalla EDT, mi ha fatto comunque pensare che il Weltschmerz
(letteralmente: “dolore del/per il mondo”) di costoro
abbia anche avuto non poco a che fare con le loro storie
cliniche.
Dico subito
che non si tratta di una lettura particolarmente gradevole, ma
che se si ha lo stomaco di destreggiarsi tra fistole, ascessi,
sanguinamenti e infezioni può essere moderatamente illuminante,
nel senso che le sofferenze dei grandi compositori molto spesso
erano di tipo fisico, prima ancora che esistenziale. Certamente
lo stato primitivo della medicina fino alla fine
dell’ottocento non era di molto aiuto, e comunque la storia
della medicina sembra intrecciarsi con la storia della musica in
modi sorprendenti e determinanti.
In
quest’articolo ho voluto partire dal romanticismo, ma tanto
per gradire basta ricordare ai lettori la sinistra figura di
Samuel Taylor, sorta di chirurgo-ciarlatano-mondano passato alla
storia per aver ucciso, a seguito di operazioni di cataratta
senza sterilizzazione e senza anestesia, a distanza di pochi
mesi l’uno dall’altro, Bach e Haendel, come dire i più
grandi compositori del diciottesimo secolo e, nel caso di Bach,
di tutti i tempi. Complimenti.
La cosa più
tremenda era che molto spesso, come nel caso di Bach e Haendel,
il rimedio si dimostrava di gran lunga peggiore del male.
Un caso
eclatante di questo fenomeno erano le cure a base di mercurio,
fino al ‘900 considerato la cura principe della sifilide ma
non solo, oggi riconosciuto come estremamente tossico. Già
Mozart, non affetto da sifilide, morì anche per le tinture di
mercurio e di piombo con le quali curava (!) la sua affezione
renale.
Ma questo
della sifilide è un tema che serpeggia lungo la storia della
musica europea in modo assai inquietante. Tanto per cominciare,
era una malattia molto diffusa (ne era affetta il 20% delle
classi basse, il 5% della classi alte).
Se si
aggiunge che molti grandi compositori non riuscivano ad avere
rapporti affettivi e sessuali stabili e inevitabilmente
ricorreva alla prostituzione (rapporti non protetti, perché il condom
non esisteva, o forse sì, ma era certamente poco usato, quindi
il Vaticano ha di che essere contento, e forse potrebbe anche
santificare quei poveretti di Beethoven, Schubert, Paganini,
Schumann ed altri), emerge il ritratto di una musica e di un
secolo irrimediabilmente segnato da questa malattia.
Oltre a
Paganini, Schubert e Schumann, vi sono sospetti (ma non prove
certe) di sifilide a proposito di Beethoven e Mozart, per non
citare che i più grandi. Quanto a Rossini, non era sifilitico
ma affetto da una dolorosissima gonorrea, che probabilmente fu
la ragione principale del suo smettere di comporre: è
comprensibile come i dolori atroci gli abbiano fatto passare la
voglia di scrivere opere buffe.
Prendiamo
Schubert, la cui musica, a detta di Beethoven, era una “lagna
divina”, e che morì di una non meglio specificata “febbre
tifoidea”. Quello che le storie della musica non ci dicono è
che contrasse la sifilide, o da prostitute di infimo rango (era
un gran puttaniere, ma di mezzi limitatissimi, e alternava
periodi di assatanamento ad altri pieni di sensi di colpa),
oppure durante una “botta di vita”, forse l’unica della
sua esistenza veramente squallida, quando fu invitato per
qualche giorno dai principi Estherazy, già patroni di Haydn e
grandi mecenati.
Tra
l’altro Schubert non fu considerato degno di alloggiare alla
corte dei principi, e fu sistemato nei quartieri della servitù,
cosa che comunque non sembrò dispiacergli troppo, visto che
scrisse una lettera al fratello in cui gli diceva che aveva
adocchiato una cameriera che gli pareva disponibile. La buona
notizia era che la signorina in questione era disposta ad
offrire i suoi servigi gratuitamente, la cattiva notizia che gli
regalò la sifilide. Non c’è da meravigliarsi che la sua
musica sia tra le più tristi che si conoscano, per di più di
una tristezza totalmente intima e introversa, priva di proclami
e di gesti eclatanti.
È appena il
caso di ricordare che Schubert visse appena 31 anni. Eppure si
intravede, o forse dovrei dire si “intrasente”,
un’aspirazione vera e profonda alla gioia, che forse senza la
malattia si sarebbe manifestata con esiti imprevedibili.
E poi
Schumann, anch’egli grande frequentatore di bordelli e molto
infedele alla sua amatissima moglie Clara Wieck, la quale,
grande pianista, anche molti anni dopo la sua morte si rifiutava
per gelosia di suonare un paio di pezzi del Carnaval
(Estrella, Coquette) ispirati dalla sua amante Ernestina von
Fricken (la dedicataria originale del lavoro) e dalla servetta
della stessa casa di Clara.
Comunque,
sembra che la follìa di Schumann, che dopo un episodio
psicotico suicida (si gettò nel Reno e fu ripescato per
miracolo), per tacere di altre innumerevoli bizzarrìe che a
volte si sublimano in invenzioni musicali folgoranti e veramente
fuori da ogni schema allora conosciuto, fosse causata dalla
sifilide che gli aveva intaccato il cervello, e che potrebbe
spiegare anche un altro grande enigma della storia della musica,
e cioè la vera natura dei rapporti tra Clara e Brahms. Si sa
che Brahms, allievo di composizione di Schumann e, come usava
allora, assiduo frequentatore della sua casa, si innamorò
perdutamente di Clara. Essendo Brahms uomo d’onore, si sa per
certo che non tradì mai il suo venerato maestro.
È meno
chiaro quello che successe tra lui e Clara dopo l’internamento
di Schumann in una casa di cura e la sua morte. Sia lui che
Clara erano ancora giovani, e molto intimi, a giudicare dalle
lettere che si scrivevano, ma molto probabilmente non divennero
mai amanti. I vecchi testi di storia della musica di cui sopra
parlano di fedeltà da parte di Clara alla memoria del marito
(che tra l’altro l’aveva lasciata con una caterva di figli)
e simili balle.
Ma esistono
teorie alternative:
a—che
Brahms fosse impotente, a causa di traumi psichici subiti
quando, pianista prodigio adolescente, suonava il piano nei
bordelli di Amburgo (né più né meno dei pianisti del
quartiere a luci rosse di New Orleans ai primi del ‘900). Tra
l’altro questa teoria si direbbe suffragata dalla sua
scrittura musicale, che appare come un infinito coitus
interruptus, e che non si concede mai un vero e proprio climax
(il che, se vogliamo, fa parte del suo fascino);
b—che
Clara fosse stata contagiata a sua volta dal marito, ed essendo
dotata di un certo senso etico si fosse rifiutata di concedersi
a Brahms per non contagiarlo.
A questo
punto non resta che citare il commento di un mio allievo del
cosiddetto biennio di alta formazione al conservatorio, il quale
dopo una lezione di due ore sulle sonate per clarinetto e
pianoforte di Brahms si espresse nel seguente modo:
“Professore, veramente non ho capito una cosa… ma quella lì
(Clara Schumann, n.d.a.), a
Brahms, gliela dava o non gliela dava?
Roberto
Laneri
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