Kult Art Magazine - Rivista mensile di Arti e Cultura: Arte dell'Ascolto

 The last Laneri's CD - Sentimental Journey

 

 

Qualora voleste ascoltare le originali note del Maestro Roberto Laneri, adesso potreste farlo digitando il seguente indirizzo web che vi condurrà allo spazio del maestro su MySpace:  http://www.myspace.com/robertolaneri  

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 "Sex" o "Sexy Shop"?

di Roberto Laneri

Se il declino di una nazione si misura anche dal livello e dalla qualità delle comunicazione, l’uso che si fa delle lingue straniere è particolarmente rivelatore. Diciamo subito che questo non è mai stato un punto di forza dell’Italia, dove anzi si direbbe che l’atteggiamento prevalente rispetto alle lingue sia quello di schermirsi, quasi con un po’ di vergogna. In fondo, dal Carducci (che traduceva l’Erlkoenig di Goethe “re degli Ontani” invece che “re degli Elfi”) a Totò e Peppino a Milano, le lingue altrui sono sempre sembrate degli oggetti estranei all’italiano medio.

Recentemente mi sembra che le cose siano andate peggiorando. Ad esempio, rimango sempre colpito dalla dicitura sexy shop, applicata al tipo di negozio che una volta, correttamente, si chiamava sex shop perché l’oggetto del suo commercio era, secondo dicitura, il sesso,  anche se sarebbe stato più giusto dire “cose che hanno a che fare col sesso”. Ora invece abbiamo negozi (shops) la cui insegna non ci dice cosa potremmo acquistare; in compenso ci dice che il negozio stesso è sexy, (quindi “provocante,” “stuzzicante,” “carino,”) secondo modalità che ciascuno è libero di immaginarsi secondo le proprie preferenze e fantasie. Non solo il  sonno della ragione, anche la pubblicità, genera mostri.

Prima di parlare di quello che mi compete (i suoni, però anche il linguaggio rientra tra i suoni), vorrei citare un altro esempio che ha quasi del sublime: un negozio d’animali a Roma la cui insegna recita Animal’s House. È vero, bisogna sapere abbastanza bene l’inglese per sapere che nei casi di generalizzazione il genitivo sassone non si usa (nel caso in questione, animal’s house significa “la casa dell’animale” in senso concreto, come a dire il gabbiotto del cane, e così via). Si dovrebbe correttamente dire Animal House,  come da film omonimo il cui titolo è il nomignolo affibbiato alla fraternity (società studentesca) di John Belushi e la sua banda demenziale. Tra l’altro l’inglese è una lingua insidiosa, in cui molti termini (gregarious, parents, trivial, eventually, luxury, I’m finished etc.)  non corrispondono affatto alla traduzione letterale italiana. Trovo un esempio abbastanza buffo in un libro sull’enneagramma in cui un certo tipo psicologico viene definito “geniale” mentre l’originale inglese genial significa “accogliente,” “disponibile,” come nell’espressione a genial host (“un padrone di casa accogliente”).

Forse si potrebbe fare una telefonata all’insegnante d’inglese del proprio figlio, o alla studentessa americana che proprio nel negozio ha messo un biglietto per lezioni e conversazioni. Insomma, qualche cosa si potrebbe fare, e il fatto che si faccia sempre di meno testimonia un isolamento culturale crescente, nel quale le lingue si allontanano, babelicamente, in un nebbioso paesaggio sonoro lo-fi..

E dunque, ancora il libro di Sacks (Musicofilìa). Non fa piacere segnalare una pecca di traduzione a proposito di un libro eccellente, pubblicato da un editore di riferimento e comunque tradotto, in generale, egregiamente. Tuttavia la pecca in questione è importante in quanto riguarda l’argomento stesso del libro, che è l’amore per il mondo del suono, e quindi l’esperienza auditiva. Quindi, nella traduzione italiana del libro, ad un certo fanno la loro comparsa le “cellule capellute”, che altro non è che traduzione letterale dall’inglese hairy cells. Peccato che hairy cells si traduca in italiano con “cellule ciliate”, importantissimo elemento nella catena di trasmissione e decodifica dello stimolo auditivo al cervello, ma,  se non altro, non manca il risvolto comico.

È pur vero che un traduttore non è tenuto a conoscere l’anatomia dell’orecchio in generale, ma se in particolare gli capita un libro dedicato all’orecchio, forse è il caso di andare a controllare la traduzione dei termini tecnici, o comunque chiedere consiglio a chi ne sa di più.

Un altro esempio, dalla traduzione italiana di un classico dell’etnomusicologia, Le sorgenti della musica di Curt Sachs, in cui compaiono scale e ritmi “aggiuntivi” laddove “additivi” sarebbe non solo traduzione corretta, ma assai più efficace nell’illuminare il senso di un discorso non facile per i non addetti ai lavori. Va detto comunque che altrimenti in questo libro la traduzione dei termini musicali è impeccabile.

Di proposito mi sono astenuto dai libri di tecnica musicale (armonia, composizione etc.), dove troppo spesso capita di incontrare intervalli “esagerati” (per “eccedenti”), “sedicesimi di nota,” “triplette” e i “risvolti” di un accordo”. Che fare? Bisognerebbe insegnare (e imparare) meglio le lingue? O forse semplicemente   la grammatica della musica dovrebbe essere insegnata a tutti, e alcuni concetti fondamentali della musica diventerebbero noti ai più, invece che ai pochissimi attuali. Credo di aver già scritto altrove[1], ma sempre in questa serie, che un’importante differenza tra l’intellettuale antico e quello moderno è che quest’ultimo può tranquillamente  non sapere di musica.



[1] A proposito, siccome non ho mai riletto questi articoli, sospetto che mi accada sempre più spesso di ripetermi; forse arriverò nel mio piccolo all’auto-tautologia, o autoreferenzialità totale, che sia quello che secondo alcune correnti di pensiero dovrebbe fare (o meglio, non fare) la divinità?

Roberto Laneri

 

                                                                               

 

 

 

 

 

  

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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