Recentemente
(esattamente quando non si sa, o meglio lo sanno pochissimi, per
ragioni che saranno chiarite entro poche righe) M********
M********* è passato, non so se a miglior vita, come si dice da
noi, comunque a una forma di vita diversa, come probabilmente
direbbero i membri del suo popolo e del suo clan.
[Presso gli aborigeni australiani, quando qualcuno muore, non si
dovrebbe pronunciare il suo nome o parlare dele circostanze della
sua morte per un periodo che può arrivare fino a due anni. Alcuni
siti internet hanno rispettato questo costume, altri no.]
Sarebbe interessante un sondaggio tra i miei 2.5 lettori per
sapere quanti di loro avessero mai sentito parlare di
quest’uomo, anche se ne facessi il nome per esteso. Non credo
molti, per cui brevemente ne dirò qualcosa.
M*** era un musicista e un artigiano (costruttore) di strumenti,
del clan Djapu, appartenente al gruppo aborigeno detto Yolngu, del
nord-est della terra di Arnhem, Australia. Gli Yolngu sono i
custodi della tradizione dello yirdaki, come essi chiamano un tipo
di didjeridoo dalla tecnica particolarmente sviluppata, e della
sua musica. E’ il caso di ricordare che didjeridoo non è un
nome aborigeno, bensì il nome attribuito dai bianchi a questo
strumento per ragioni onomatopeiche. Forse sarebbe anche il caso
di restituire ai vari tipi di questo strumento il loro nome
proprio invece di quello più generico (sarebbe come se usassi la
parola “ottone”, che designa un’intera classe di strumenti,
peraltro assai nutrita, dal corno alle trombe, dai tromboni ai
flicorni, dai “lunghi corni” tibetani all’Alpenhorn,
riferita esclusivamente ad uno di loro). Per conto mio comincio
adesso.
Contrariamente ad una delle tante leggende dovute alla
disinformazione non tutti gli aborigeni suonano lo yirdaki, e
nemmeno un qualsiasi didjeridoo, come non tutti i cubani suonano
le congas e non tutti i napoletani il mandolino. Presso molti clan
non se ne conosce affatto l’uso, anche se ormai vengono prodotti
(spesso in modi assai dubbi secondo criteri di integrità
culturale) un po’ dappertutto. In realtà, per ragioni che
definirei divinamente casuali, la tradizione dello yirdaki è
diffusa nella parte orientale dell’estremo nord
dell’Australia, o terra di Arnhem, per via del fatto che in
quella regione gli insetti detti white ants (formiche bianche,
anche se a rigore non si tratta di formiche, che scavano
dall’interno i giovani tronchi di eucaliptus in modo ottimale
alla produzione dello strumento) hanno, veramente “da tempo
immemorabile”, trovato il loro habitat ottimale.
Ebbene, non c’è dubbio che M*** fosse un maestro di questo
strumento, sia come esecutore che come costruttore, una sorta di
Paganini e di Stradivari aborigeno al tempo stesso, cosa già
questa sconosciuta nella musica classica occidentale, nella quale
appunto i Paganini fanno i Paganini e gli Stradivari gli
Stradivari. Non deve sorprendere che un esecutore di tale calibro
non abbia mai registrato un intero album come solista, dal momento
che questa è la normalità nelle musiche della maggior parte del
mondo. Credo di aver espresso forse più di una volta in questa
sede l’opinione che la conoscenza che crediamo di avere di
musiche tradizionali “altre” basandoci sui documenti sonori
disponibili ha probabilmente poco a che fare con la realtà di
quelle musiche, enormemente più ricca, complessa e variegata. A
me viene da piangere (o da ridere, a seconda del mood prevalente),
quando penso che la tradizione della terra di Arnhem è
documentata da circa una dozzina di LP, alcuni dei quali
rimasterizzati recentemente su CD, le famose “registrazioni sul
campo”, a volte addirittura snobbate dai suonatori dell’ultima
generazione, aborigeni e non. Spesso la nascita aborigena non è
di per sé garanzia di integrità culturale, prova ne sia il vero
e proprio museo degli orrori in cui si va a situare parte della
produzione attuale.
Che M*** fosse un maestro, lo si deduce in parte dal rispetto di
cui era circondato nella sua cultura, in parte dalle sue
registrazioni con il gruppo Yothu Yindi, del quale credo sia stato
anche uno dei fondatori. Yothu Yindi era (ed è, perché esiste
ancora, sopravvissuto a vari avvicendamenti dei suoi membri) un
gruppo molto speciale. La specialità consiste nell’ alternare,
in concerto e su disco, brani rock (che possono richiamare alcuni
gruppi americani degli anni ’60 e ’70 con in più un qualcosa
di tipicamente australiano) a brani rigorosamente tradizionali.
Questa scelta non soltanto ha funzionato, ma si è rivelata di
grande maturità artistica e culturale, anche se personalmente
rimpiango il CD M*** Plays Didjeridoo che non c’è mai stato, se
non in qualche universo parallelo, ma questa, direbbero gli
aborigeni, è un’altra storia.
Quanto ai suoi strumenti, alzi la mano chi, nel mondo ristretto
del didjeridoo, non sia stato preso dallo smodato desiderio di
possederne uno o anche più (mi riferisco ad un possesso meramente
economico, non rispondo di eventuali perversioni altrui).
Strumenti di potenza ma anche di precisione, molti dei quali usati
nel gruppo, alla cui realizzazione l’artigiano lavora in
simbiosi con l’ambiente, il quale per motivi troppo lunghi per
addentrarvisi ora non viene danneggiato.
Ma M*** era anche quello che si può definire un educatore, autore
di un CD didattico che a mio avviso è sicuramente il più
comprensibile e praticabile tra i tanti oggi disponibili. In
questo senso è paragonabile ai grandi autori di metodi didattici,
ai vari Quantz, Baermann, Rose, Jean-Jean e tanti altri, ma anche
ai grandi musicisti che hanno scritto “studi”, Bach, Chopin,
Paganini, Liszt, Debussy. Ora, chi voglia davvero apprendere
questo strumento può ricorrere a varie opzioni, ovviamente anche
in combinazione tra di loro:
1. frequentare un workshop di un maestro aborigeno tradizionale.
In questo caso il problema è il dover apprendere, prima ancora
che uno strumento, il codice di comunicazione dell’insegnante,
cosa difficile per noi che abbiamo sostituito alla trasmissione
orale-imitativa dell’esperienza una trasmissione di altro tipo,
basata su mappe e descrizioni astratte. [Esempio, i “metodi”
per I vari strumenti che si usano nei conservatori, che non
funzionano senza un maestro che per così dire ne scongeli
l’astrattezza e li traduca in esperienza concreta.] La buona
notizia è il carisma del maestro, che può rivelarsi ingrediente
fondamentale di un’esperienza comunque forte;
2.
frequentare un workshop di un maestro, aborigeno, il cui stile è
personale e non tradizionale (ve ne sono parecchi, alcuni stili
sono davvero molto interessanti, e la comunicazione sembrerebbe
migliore);
3.
frequentare workshops o prendere lezioni da suonatori
“bianchi”, spesso dotati di tecnica veramente ottima;
4. tralascio tutte le altre infinite mezze soluzioni
“fai-da-te”, o per sentito dire, o basate sulle prime due
pagine trovate sulla rete.
Allora, Hard Tongue Didgeridoo, il CD didattico di cui sopra, a
mio avviso è veramente una pietra miliare nel suo porsi come un
vero tramite tra codici e mondi diversi, nel senso che c’è la
spiegazione-descrizione, ma anche registrazioni a varie velocità
dei vari esercizi, “parlati” e suonati. Ulteriori mappe, i
disegni che corredano il libretto di accompagnamento.
L’immagine di questo omone dall’aria vagamente quarantenne,
dalla faccia aperta e simpatica, fotografato con il figlio e
allievo, emana energia, amore per la sua terra, ottimismo e fede
nel futuro. Mi piace ricordarlo per quel poco che di lui sono
riuscito a sentire, e nelle parole, tratte dal libretto del suo
CD, con cui viene presentato:
“M*** suona yidaki nelle cerimonie tradizionali sin da bambino,
ed è giunto alla popolarità con il gruppo Yothu Yindi, che
rappresenta il suo popolo e la totalità dell’Australia nel
mondo. M*** continua ad essere un punto di riferimento sui
suonatori della Terra di Arnhem, tra i quali suo figlio Buyu,
fotografato assieme a lui su questo CD. L’immagine di padre e
figlio che incrociano i loro yidaki rappresenta la trasmissione
della conoscenza.”.