Kult Art Magazine - Rivista mensile di Arti e Cultura: Arte dell'Ascolto

 The last Laneri's CD - Sentimental Journey

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Per un'ecologia della Musica.

 

di Roberto Laneri  

Recentemente (esattamente quando non si sa, o meglio lo sanno pochissimi, per ragioni che saranno chiarite entro poche righe) M******** M********* è passato, non so se a miglior vita, come si dice da noi, comunque a una forma di vita diversa, come probabilmente direbbero i membri del suo popolo e del suo clan.

[Presso gli aborigeni australiani, quando qualcuno muore, non si dovrebbe pronunciare il suo nome o parlare dele circostanze della sua morte per un periodo che può arrivare fino a due anni. Alcuni siti internet hanno rispettato questo costume, altri no.]

Sarebbe interessante un sondaggio tra i miei 2.5 lettori per sapere quanti di loro avessero mai sentito parlare di quest’uomo, anche se ne facessi il nome per esteso. Non credo molti, per cui brevemente ne dirò qualcosa.

M*** era un musicista e un artigiano (costruttore) di strumenti, del clan Djapu, appartenente al gruppo aborigeno detto Yolngu, del nord-est della terra di Arnhem, Australia. Gli Yolngu sono i custodi della tradizione dello yirdaki, come essi chiamano un tipo di didjeridoo dalla tecnica particolarmente sviluppata, e della sua musica. E’ il caso di ricordare che didjeridoo non è un nome aborigeno, bensì il nome attribuito dai bianchi a questo strumento per ragioni onomatopeiche. Forse sarebbe anche il caso di restituire ai vari tipi di questo strumento il loro nome proprio invece di quello più generico (sarebbe come se usassi la parola “ottone”, che designa un’intera classe di strumenti, peraltro assai nutrita, dal corno alle trombe, dai tromboni ai flicorni, dai “lunghi corni” tibetani all’Alpenhorn, riferita esclusivamente ad uno di loro). Per conto mio comincio adesso.

Contrariamente ad una delle tante leggende dovute alla disinformazione non tutti gli aborigeni suonano lo yirdaki, e nemmeno un qualsiasi didjeridoo, come non tutti i cubani suonano le congas e non tutti i napoletani il mandolino. Presso molti clan non se ne conosce affatto l’uso, anche se ormai vengono prodotti (spesso in modi assai dubbi secondo criteri di integrità culturale) un po’ dappertutto. In realtà, per ragioni che definirei divinamente casuali, la tradizione dello yirdaki è diffusa nella parte orientale dell’estremo nord dell’Australia, o terra di Arnhem, per via del fatto che in quella regione gli insetti detti white ants (formiche bianche, anche se a rigore non si tratta di formiche, che scavano dall’interno i giovani tronchi di eucaliptus in modo ottimale alla produzione dello strumento) hanno, veramente “da tempo immemorabile”, trovato il loro habitat ottimale.

Ebbene, non c’è dubbio che M*** fosse un maestro di questo strumento, sia come esecutore che come costruttore, una sorta di Paganini e di Stradivari aborigeno al tempo stesso, cosa già questa sconosciuta nella musica classica occidentale, nella quale appunto i Paganini fanno i Paganini e gli Stradivari gli Stradivari. Non deve sorprendere che un esecutore di tale calibro non abbia mai registrato un intero album come solista, dal momento che questa è la normalità nelle musiche della maggior parte del mondo. Credo di aver espresso forse più di una volta in questa sede l’opinione che la conoscenza che crediamo di avere di musiche tradizionali “altre” basandoci sui documenti sonori disponibili ha probabilmente poco a che fare con la realtà di quelle musiche, enormemente più ricca, complessa e variegata. A me viene da piangere (o da ridere, a seconda del mood prevalente), quando penso che la tradizione della terra di Arnhem è documentata da circa una dozzina di LP, alcuni dei quali rimasterizzati recentemente su CD, le famose “registrazioni sul campo”, a volte addirittura snobbate dai suonatori dell’ultima generazione, aborigeni e non. Spesso la nascita aborigena non è di per sé garanzia di integrità culturale, prova ne sia il vero e proprio museo degli orrori in cui si va a situare parte della produzione attuale.

Che M*** fosse un maestro, lo si deduce in parte dal rispetto di cui era circondato nella sua cultura, in parte dalle sue registrazioni con il gruppo Yothu Yindi, del quale credo sia stato anche uno dei fondatori. Yothu Yindi era (ed è, perché esiste ancora, sopravvissuto a vari avvicendamenti dei suoi membri) un gruppo molto speciale. La specialità consiste nell’ alternare, in concerto e su disco, brani rock (che possono richiamare alcuni gruppi americani degli anni ’60 e ’70 con in più un qualcosa di tipicamente australiano) a brani rigorosamente tradizionali. Questa scelta non soltanto ha funzionato, ma si è rivelata di grande maturità artistica e culturale, anche se personalmente rimpiango il CD M*** Plays Didjeridoo che non c’è mai stato, se non in qualche universo parallelo, ma questa, direbbero gli aborigeni, è un’altra storia.

Quanto ai suoi strumenti, alzi la mano chi, nel mondo ristretto del didjeridoo, non sia stato preso dallo smodato desiderio di possederne uno o anche più (mi riferisco ad un possesso meramente economico, non rispondo di eventuali perversioni altrui). Strumenti di potenza ma anche di precisione, molti dei quali usati nel gruppo, alla cui realizzazione l’artigiano lavora in simbiosi con l’ambiente, il quale per motivi troppo lunghi per addentrarvisi ora non viene danneggiato.

Ma M*** era anche quello che si può definire un educatore, autore di un CD didattico che a mio avviso è sicuramente il più comprensibile e praticabile tra i tanti oggi disponibili. In questo senso è paragonabile ai grandi autori di metodi didattici, ai vari Quantz, Baermann, Rose, Jean-Jean e tanti altri, ma anche ai grandi musicisti che hanno scritto “studi”, Bach, Chopin, Paganini, Liszt, Debussy. Ora, chi voglia davvero apprendere questo strumento può ricorrere a varie opzioni, ovviamente anche in combinazione tra di loro:

1. frequentare un workshop di un maestro aborigeno tradizionale. In questo caso il problema è il dover apprendere, prima ancora che uno strumento, il codice di comunicazione dell’insegnante, cosa difficile per noi che abbiamo sostituito alla trasmissione orale-imitativa dell’esperienza una trasmissione di altro tipo, basata su mappe e descrizioni astratte. [Esempio, i “metodi” per I vari strumenti che si usano nei conservatori, che non funzionano senza un maestro che per così dire ne scongeli l’astrattezza e li traduca in esperienza concreta.] La buona notizia è il carisma del maestro, che può rivelarsi ingrediente fondamentale di un’esperienza comunque forte;

2. frequentare un workshop di un maestro, aborigeno, il cui stile è personale e non tradizionale (ve ne sono parecchi, alcuni stili sono davvero molto interessanti, e la comunicazione sembrerebbe migliore);

3. frequentare workshops o prendere lezioni da suonatori “bianchi”, spesso dotati di tecnica veramente ottima;
4. tralascio tutte le altre infinite mezze soluzioni “fai-da-te”, o per sentito dire, o basate sulle prime due pagine trovate sulla rete.

Allora, Hard Tongue Didgeridoo, il CD didattico di cui sopra, a mio avviso è veramente una pietra miliare nel suo porsi come un vero tramite tra codici e mondi diversi, nel senso che c’è la spiegazione-descrizione, ma anche registrazioni a varie velocità dei vari esercizi, “parlati” e suonati. Ulteriori mappe, i disegni che corredano il libretto di accompagnamento.

L’immagine di questo omone dall’aria vagamente quarantenne, dalla faccia aperta e simpatica, fotografato con il figlio e allievo, emana energia, amore per la sua terra, ottimismo e fede nel futuro. Mi piace ricordarlo per quel poco che di lui sono riuscito a sentire, e nelle parole, tratte dal libretto del suo CD, con cui viene presentato:

“M*** suona yidaki nelle cerimonie tradizionali sin da bambino, ed è giunto alla popolarità con il gruppo Yothu Yindi, che rappresenta il suo popolo e la totalità dell’Australia nel mondo. M*** continua ad essere un punto di riferimento sui suonatori della Terra di Arnhem, tra i quali suo figlio Buyu, fotografato assieme a lui su questo CD. L’immagine di padre e figlio che incrociano i loro yidaki rappresenta la trasmissione della conoscenza.”.

Roberto Laneri

 

                                                                               

 

 

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