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"Musicofilia"
di Sacks
di
Roberto Laneri
Recentemente
ho letto l’ultimo libro di Oliver Sacks, Musicofilìa.
Come tutti i libri di Sacks, è divertente, profondo e
originale, ma in questo caso di lettura per me ancora più
attraente dato che l’argomento del libro si potrebbe definire
come i rapporti tra il mondo dei suoni e il cervello.
Molti
sono i fenomeni di natura musicale, più o meno bizzarri e
affascinanti, che si verificano quando il nostro hardware
cerebrale viene modificato per le ragioni più varie, dalla
meditazione all’assunzione di sostanze psicotrope a vere e
proprie lesioni. Non voglio qui né
fare una recensione del libro di Sacks né anticiparne o
riassumerne i casi più interessanti (è un piacere che lascio
volentieri ai suoi lettori), bensì aggiungere alla casistica un
tipo di allucinazione sonora che personalmente ho sempre trovato
molto gratificante e che nel libro non viene menzionata.
La
ripetizione in musica è cosa che nella musica colta occidentale
è regolata da un corpus
di prescrizioni e proscrizioni che al fondo hanno lo scopo di
rendere socialmente accettabile un principio potenzialmente
eversivo. Ad esempio ci sono voluti circa 2000 anni per arrivare
a certi pezzi contemporanei
completamente statici, nel quali letteralmente non
“accade” nulla, e una cellula più o meno breve, a volte
elementare, viene
ripetuta all’infinito, o quasi. Un pezzo che ho sempre trovato
straordinariamente elegante ed efficace è She
Was a Visitor, del compositore (molto) californiano Robert
Ashley, in cui la frase del titolo viene ripetuta sempre uguale
(allora, negli ultimi anni ’60, si usava la tecnica
pre-digitale del tape-loop)
da una fredda ed areoportuale voce femminile, mentre
l’elemento cangiante è costituito da una leggera ed
atmosferica musica elettronica.
In
un certo senso She Was a
Visitor è un pezzo ancora più radicale delle Vexations
di Eric Satie, capostipite dei pezzi basati sulla ripetizione,
nel quale una breve musica per pianoforte viene ripetuta 936
volte, perché la ripetizione letterale e meccanica è molto più
spiazzante di quella ottenibile da un esecutore umano.
Tutto
questo per dire che la ripetizione variata fa totalmente parte
del fenomeno che chiamiamo musica, nel quale non solo non si
raggiunge il non-pensiero, ma il pensiero stesso viene stimolato
a seguire i percorsi, le fantasie e i significati che il
compositore codifica nel pezzo. Ma se la ripetizione è quella
perfetta ed assoluta ottenibile da una macchina, oppure se si
ripetono elementi minimi, microelementi che evolvono in modi
quasi impercettibili, allora il suono riesce più facilmente a
penetrare le mura culturali di cui abbiamo circondato il nostro
orecchio ed a giungere direttamente al cervello, producendo o
comunque facilitando fenomeni che più che alla sfera musicale
appartengono a quella mentale, di cui fanno parte la
meditazione, le onde cerebrali, la trance,
la reverie più o
meno psichedelica, l’estasi più o meno sciamanica.
A
proposito di pezzi fatti di microelementi, sono giustamente
celebri It’s Gonna Rain
e Come Out, risalenti
rispettivamente al ’65 e al ’66, entrambi di Steve Reich, a
cui forse più di ogni altro si addice l’etichetta di
autentico minimalista. Soprattutto il primo pezzo produce
all’ascolto una sorta di allucinazione sonora che consiste nel
sentire, chiaramente pronunciate, vere e proprie parole che
cambiano a poco a poco. Queste parole non sono necessariamente
le stesse ad eventuali riascolti, e possono essere in varie
lingue.Tra l’altro non so voi, ma la mia memoria più antica
di gioco auditivo è di ripetere all’infinito una parola per
udirne altre. Anche Pauline Oliveros, altra compositrice
californiana, attribuisce la genesi del suo pezzo Extended
Voices allo stesso gioco.
In
modo simile dei motivi virtuali vengono generati dalla
ripetizione polifonica di brevi cellule nella minimal
music. Mai etichetta fu più appropriata, considerando che
il fascino di questa musica deriva in ultima analisi più dalle
cose che il compositore non ha scritto rispetto a quelle che ha
scritto.
È
proprio questo che fa infuriare quelli che pensano che la
pratica del comporre musica rientri nella mentalità del
“fare”, per cui i compositori minimalisti sarebbero dei
fannulloni vagamente truffaldini, assimilabili a quei pittori
dell’avanguardia storica che realizzavano quadri di ampia
metratura gettando sulla tela colori a caso secondo procedure
variabili, dalla celebre coda d’asino con un pennello legato
in punta all’action
painting in cui si facevano rotolare sulla tela modelle nude
spalmate di colori. Insomma, è come se il mondo si divida tra
le persone che quando acquistano qualcosa vogliono essere sicure
che nella cosa stessa sia stata investita una quantità adeguata
di lavoro, e chi sa riconoscere il bello anche nei giochi del
vento (le arpe eoliche!).
Come
disse Mary Ashley, moglie del compositore Robert, "Once
you have discovered that smoke is sculpture, it doesn’t make
things any easier." (Quando ti sei accorto che il fumo è
scultura, questo non semplifica le cose—t.d.a.).
O,
per citare Ernesto
Ragazzoni, poeta misconosciuto e per molti versi geniale vissuto
tra la fine dell’800 e l’inizio del ‘900:
Le
turbe beate son esse
di
quelli che vivon di sogni,
d’azzurro, di terre promesse,
di limbi siderei, d’ogni
castel che si dondola in aria,
……………………………….
E
che
Se
cercan di là dalla vita,
di
là dalla mèta altre mète,
se
l’anima dolce han smarrita
a
caccia di nubi ed han sete
d’azzurro,
di terre promesse,
di
limbi siderei, d’ogni
miraggio
che in aria si tesse
è
sol per gonfiarsene i sogni.
Roberto
Laneri
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