Uno dei pezzi
più suggestivi di Karlheinz Stockhausen (anni ’60, chissà che
effetto farebbe ora, ma questa è un’altra storia) si chiamava Hymnen,
ed era essenzialmente un lungo fluire di musica elettronica d’antan da cui emergevano, debitamente trasformati
e manipolati, lacerti di inni nazionali, non so più quali
né quanti, comunque parecchi, considerando che il pezzo durava più
o meno un’ora.
Probabilmente
una delle ragioni per cui l’ascolto di Hymnen
faceva un effetto innegabile, fra tante altre cose era proprio
quello risultante dall’inserimento, in un contesto musicale
“alto”, di musiche che certamente nessuno ascolterebbe con
intenzioni esclusivamente musicali, nemmeno nei casi, peraltro
rari, musicalmente ascoltabili, che però erano dei grumi
fortemente emotivi che scandivano l’organizzazione della musica.
D’altra
parte le funzioni di un inno non possono né devono essere di tipo
musicale, bensì probabilmente di coagulare, nel bene e nel male,
una sorta di sentimento di appartenenza nel quale la maggior parte
degli appartenenti ad una nazione o gruppo qualsiasi (perché no?
non c’è ragione per cui, che so, un’associazione di fumatori
di pipa o di collezionisti di francobolli non debbano, volendo,
avere un proprio inno) si possano riconoscere, come in una foto di
gruppo del carattere.
Già questa
storia del carattere, peggio ancora del cosiddetto “carattere
nazionale” comincia a creare qualche problema, se non altro
perché di caratteristiche, come dire di quelle cose che
compongono il carattere, ve ne possono essere di buone e meno
buone.
A esempio,
dopo un passato ancora recente, vogliamo dire discutibile? la
Germania, che peraltro ha dimostrato una capacità incredibile,
sicuramente migliore della nostra, di saper fare i conti con la
propria storia potrebbe modificare il verso Deutschland
Deutschland über alles, simile, tra l’altro alla
“…nessuna cosa al mondo maggior di Roma”, versione italiana
della stessa follia, nell’ Inno
al sole di Mascagni.
Quello dei
testi è uno dei due
grandi problemi negli inni nazionali, che traboccano di nemici
sbudellati, di sangue versato e in generale di deliri di
onnipotenza. Voglio dire, forse un inno nazionale che abbia
caratteristiche turistico-commerciali, qualcosa, per intenderci,
sullo stile di Arrivederci
Roma o Midnight in
Moscow potrebbe riuscire sicuramente più gradevole. Non è
escluso che di inni così non ve ne siano, anzi, solo che forse
non sono molto noti ai più, oltre che al sottoscritto.
L’altro
grande problema sono le musiche, per dirla senza tanti giri di
frase. Confesso che la mia conoscenza in proposito si basa quasi
esclusivamente su gl’inni che si ascoltano in televisione in
occasione di premiazioni sportive, olimpiadi, campionati mondiali
di atletica et similia. Comunque
il fatto che non ne ricordi nessuno eccetto i pochi che (ri-)conosco,
a mio avviso già depone male.
Quello che
voglio dire è che se ai miei orecchi la marsigliese, l’inno russo, l’inno americano, quello inglese e
quello tedesco, quest’ultimo tra l’altro scritto da Haydn,
sono i soli che sembrano musica, ciò è dovuto non solo ad una
maggior familiarità. E’ comunque poi vero che molti inni
semplicemente non ho mai avuto occasione di ascoltarli. Ad esempio
è solo da qualche anno che ho conosciuto, inciso da Jordi Savall
e Montserrat Figueiras, il bellissimo inno della Catalogna.
Ricordo di
essere stato colpito, durante una vacanza in Kenya verso la fine
degli anni ’80, dagli ubiqui manifesti che pubblicizzavano un
concorso (internazionale) per un nuovo inno (nazionale),
evidentemente ritenuto raccapricciante dalla stragrande
maggioranza della popolazione. Ricordo anche di averci pensato per
un po’ (il premio in denaro era allettante).
Che dire
dell’inno italiano, in cui la vittoria viene, più che invitata,
esortata a “porgere la chioma” in quanto “schiava di
Roma”, al suono di un ritmo sincopato sì, ma di tipo militare.
Negli ultimi anni da varie parti si era proposto di sostituirlo
con Va pensiero…, magari
con parole diverse. A pensarci bene, forse sarebbe il caso che
l’Onu deliberasse all’unanimità di riscrivere i testi di
tutti gli inni in chiave di cooperazione un po’ più universale.
Per finire,
leggo in data 10 febbraio che il vecchio inno di Forza Italia
è stato sostituito da uno nuovo, visto che è cambiato
anche il partito. Quello nuovo non l’ho ancora ascoltato, ma può
essere interessante, se non istruttivo, confrontare il vecchio con
The More I See You*, una
vecchia canzone di Warren e Gordon
che per
l’occasione viene acclusa in formato mp3 in omaggio ai lettori
di kultart. Mi si
consenta, come diceva qualcuno. Oppure, come diceva un altro
leader importante, “chi ha orecchie per intendere intenda.”