Nel
suo libro “Il paesaggio sonoro” R. Murray Schafer, che credo
di aver citato più volte, introduce I termini hi-fi e low-fi:
Un sistema hi-fi è un sistema caratterizzato da un rapporto
segnale/rumore soddisfacente. Il paesaggio sonora hi-fi è quello
in cui il basso livello del rumore ambientale permette di udire
con chiarezza i singoli suoni in maniera discreta. (…) esiste la
prospettiva, c’è un primo piano e c’è uno sfondo: “il
rumore d’un secchio sulla pietra dell’orlo del pozzo e lo
schioccare d’una frusta in lontananza”.
(….)
Il paesaggio sonoro lo-fi apparve con la rivoluzione industriale e
venne ulteriormente incrementato dalla successiva rivoluzione
elettrica. Il paesaggio sonoro lo-fi nasce dalla congestione
sonora.
Un esempio di tendenza (molto) low-fi sono i treni, soprattutto
quelli ad architettura aperta, tipo eurostar, che dovrebbe, nelle
parole dello sciagurato designer “favorire la
socializzazione”. A parte la considerazione statistica che con
gli scompartimenti di tipo tradizionale, quando va male, si
viaggia con 5 persone che si vorrebbero eliminare fisicamente
rispetto alle 92 attuali, il fatto è che il potenziale offensivo,
se così posso esprimermi, delle 92 risulta molto accresciuto.
E’ come se
la battaglia di civiltà che per anni è stata condotta in Italia
contro radioline e simili sia stata apparentemente vinta per
essere ripersa subito dopo contro un nemico ben più subdolo e
insidioso: il telefonino.
Perché insidioso, visto che di per sé, a parte qualche suoneria
un po’ troppo creativa e comunque settata al massimo, lo
strumento in questione non produce quasi suoni se non per chi lo
sta usando? Ma perché proprio in chi lo sta usando il telefonino
ha la capacità perversa di moltiplicare l’attività sonora,
trovando inoltre terreno fertile nell’esibizionismo
mediterraneo. Il tutto aggravato dall’ipocrisia italica, in virtù
della quale all’inizio del viaggio una voce suadente e
registrata invita a “spegnere o tenere abbassata la suoneria dei
cellulari”, messaggio a cui a volte qualcuno reagisce
chiedendone il contenuto ai passaggeri adiacenti (“…non ho
capito perché stavo al telefono”).
Altro esempio: il proliferare di musica “aggiunta” agli
eventi, nell’errata credenza che i tempi dell’attesa passino
più in fretta. Ormai solo nelle stagioni di musica classica, che
non richiede amplificazione, capita di non essere sommersi prima
dell’inizio o negli intervalli da una valanga di musica
registrata. La paura del silenzio è diventata una sorta di horror
vacui che la società teme, forse perché in un paesaggio hi-fi si
ascoltano meglio i suoni, ma anche i pensieri, il che sembrerebbe
predisporre a pensare di più e meglio. Forse l’obiettivo non è
quello di facilitare il pensare, quanto piuttosto di indurre uno
stordimento nel quale riesce più facile introdurre suggestioni
ipnotiche finalizzate alla vendita di qualcosa (vedi la musica
nelle jeanserie e simili).
Ultimo esempio di fi di qualità veramente infima è il parlarsi
addosso (ma anche addosso agli altri) degli ospiti di alcuni
programmi televisivi chissà perché detti “d’informazione”.
Il fenomeno non è reso meno fastidioso dal fatto che molti uomini
politici usino l’interruzione sistematica del loro avversari
come normale strategia comunicativa (!), e che alcuni celebri
conduttori TV ne abbiano in realtà consentito e perfino
teorizzato l’uso. Ma questo è niente, nella società che chiama
la pubblicità (entità in se stessa alquanto low-fi, perché
serve a confondere più che a far luce) “informazioni sui
prodotti”.
Roberto Laneri