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Dalla Parte dei Musicisti
di
Roberto Laneri
Tutti
vogliono fare musica senza studiarla. Non si capisce perché,
quando si vuole intraprendere un percorso o anche seguire un
interesse seriamente, dal giardinaggio ai poeti laghisti (sì,
laghisti, non leghisti) inglesi, dagli enigmi della grande
piramide al bricolage, in genere ci si documenta e si cerca di
acquisire più informazioni e conoscenze possibili
sull’oggetto d’interesse mentre tutto questo spesso non
accade quando oggetto di interesse è la musica.
Faccio workshops di canto armonico da moltissimi anni. Tra le
varie tipologie di persone che frequentano questi incontri, una
mi sconvolge regolarmente, e cioè le persone che affermano di
non conoscere nulla di musica, e fin qui poco male, può
capitare, ma che sembrano esserne quasi orgogliosi, come si
evince dall’aria di sfida che esibiscono ogni volta che
introduco termini (e concetti) come “ottava”,
“temperamento equabile” ed altri che non solo sono
fondamentali, ma che a ben vedere non c’è nemmeno bisogno di
essere musicisti per capirne il senso e l’utilità.
Siamo molto lontani, tanto per dire, da quel mondo greco da cui
peraltro diciamo di provenire, nel quale Socrate, Platone,
Pericle, insomma gli intellettuali, dovevano sapere di musica.
Anche nel medio evo le (pochissime) persone colte dovevano
sapere di musica, senonché in modo teorico e non più pratico,
in omaggio alla dottrina di Severino Boezio, per il quale il
sommo conoscitore di musica è il teorico, seguito dal
compositore ed infine da quel “vile meccanico” che è il
musicista praticante.
Boezio fu fatto incarcerare e giustiziare da Teodorico, che per
essere un barbaro era un tipo abbastanza tollerante, si vede che
veramente non ne poteva più.
Un sano contrappasso al punto di vista di Boezio sta nel
proverbio tedesco per il quale chi non riesce a suonare uno
strumento diventa direttore d’orchestra, chi non sa dirigere
diventa compositore, chi non riesce a scrivere diventa critico.
Sulla mia personale lista nera metterei anche Georgy Lukasz e la
sua idea dell’arte come sovrastruttura, che non può essere più
opposta a quel nada brahma (l’universo è suono) che per
quanto mi riguarda è da prendere alla lettera e non in senso
simbolico o metaforico.
Insomma, sono stufo del fatto che l’arte, ma soprattutto la
pratica della musica sia così bistrattata e marginalizzata. A
giudicare dai discorsi che si sentono in giro, tutto sembra
ridursi al gioco di chi ce l’ha più potente (il computer,
naturalmente). E’ come se si volesse dipingere, imparare la
fisica nucleare o la medicina, senza studiare. (Un finto
annuncio preso da un vecchio numero del National Lampoon,
meraviglioso giornale satirico americano: “Learn brain surgery
at home”. Tra i titoli dei libri che gli studenti in un
episodio di Fritz the Cat, favoloso fumetto di Crumb, (anni
’70), leggono affannosamente la notte prima dell’esame, c’è
“How to Pass Exams without Studying,” come dire, si può
studiare a non studiare, ed impiegare nell’impresa tempo e
fatica.
Ho sentito portare innumerevoli argomenti a giustificazione del
rifiuto di studiare la musica, da quelli banali e persino ovvii
(vessazioni infantili al pianoforte, le torture del solfeggio
cantato) a teorie bizzarre e a volte non prive di fascino (ad
es. tutte quelle su base carmica). Una volta una mia allieva mi
disse persino che le voleva studiare, ma “influenze
negative” non glielo permettevano. E pensare che a proposito
dei vituperati corsi di teoria e solfeggio, posso testimoniare
che la massima parte di tutto quello che si studia serve o
potrebbe un giorno servire davvero a un musicista che voglia
farne uso.
Tanto è vero che persino John Cage, come dire un tipo che ha
scritto i seguenti versi (stavo per scrivere il seguente sutra)
lo suonano meglio i musicisti:
nothing is accomplished by hearing a piece of music
nothing is accomplished by playing a piece of music
nothing is accomplished by composing a piece of music
forse l’ordine dei versi non è lo stesso, ma mi sembra che la
sostanza non cambi.
Insomma, chi dice di amare la musica ma si rifiuta di studiarla
(e non è detto che vi sia un solo modo di studiarla, anzi, i
modi sono potenzialmente e praticamente infiniti), forse non la
ama veramente, non fosse altro che perché quando si ama
veramente qualcosa (o qualcuno) la si vuole veramente conoscere.
Roberto Laneri
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