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Ancora su Ecologia e Musica
di
Roberto Laneri
Il
primo Saroyan, il tennis e l’opera, godeteveli voi. Le
macchine nuove, vadano a quel paese. i collant, ugg. anelli,
orologi, ugg. il primissimo Gorky. D.H. Lawrence, o.k. Celine,
senza ombra di dubbio. Le uova strapazzate, merda. Artaud quando
va su di giri. Ginsberg, ogni tanto, la lotta libera—cosa????
Jeffers, ovvio, e così via, sapete com’è. chi ha ragione? ma
io, naturalmente, perché? perché sì, naturalmente.
(Charles Bukowsky, Appunti di un suicida potenziale, in Compagno
di Sbronze, Feltrinelli)
Una delle cose che mi hanno dato più piacere negli ultimi
tempi, nonostante le vicende politiche e le vicissitudini
dell’ambiente, è stato il crollo del festival di Sanremo. Una
sorta di crollo del Valhalla, e come quello annunciato. Sorvolo
su altre analogie che potrebbero affacciarsi nelle menti dei
maligni (es., l’avidità e la smania di mettere le mani
sull’oro fanno cadere persino gli dei, come Wotan e come Pippo
Baudo), forse perché in questo caso le musiche fanno sentire la
mancanza di quella di Wagner. Per l’occasione mi sono andato a
rileggere quello che avevo scritto l’anno scorso in questa
sede, e su cui avevo avuto molti dubbi, nel senso che ritenevo
di aver scritto delle cose un po’ troppo forti, ma ora sono
tranquillo: la disfatta di Baudo e c. potrebbe essere davvero la
crepa che inaugura la disintegrazione di un mondo inutile e
dannoso.
Non è tanto l’evento in sé, per quanto particolarmente
sciagurato, ad entrare in crisi, quanto la modalità tracotante
ed autoreferenziale di una società che persiste in una sorta di
celebrazione e produzione del nulla assoluto, che non solo viene
imposto ad una collettività che non ribella (forse gli italiani
si meritano Berlusconi, ma sicuramente non Sanremo), ma richiede
costi di produzione esorbitanti, come del resto la maggior parte
degli eventi, musicali e non, a cui siamo pesantemente invitati
ad assistere. La buona notizia (Il concerto rock è una bomba
ecologica, dalla Repubblica del 10 marzo) (*) è che almeno la
musica rock, finora tra le più ingorde di energia, sembra
disposta a ravvedersi, ad esempio col progetto della Edison
Change the music, uno dei tanti che puntano alla riduzione
dell’impatto ambientale.
Si sa che il teatro d’opera è tra i più costosi tra tutti
gli eventi musicali, e tuttavia recentemente ho assistito ad una
produzione dell’ Elektra di Strauss al Comunale di Firenze che
vale la pena di segnalare con encomio anche dal punto di vista
della sobrietà. In concomitanza, ma a Torino, c’era
un’altra produzione della stessa opera. Naturalmente non è
giusto dirlo, non avendo visto la rappresentazione torinese,
tuttavia ho letto sui giornali di tralicci rugginosi e simili
scelte di messa in scena, e mi sono intimamente convinto di aver
fatto la scelta migliore. Confesso di essere un po’ saturo di
tralicci rugginosi.
Tra parentesi, dopo aver visto in televisione i cappottoni
militari e la scenografia da assedio di Berlino, mi sono un
po’ consolato del non essere riuscito a vedere una (dicasi una
qualsiasi, non la prima) rappresentazione del Tristano alla
Scala, a causa di quello che posso solo definire il racket dei
biglietti, esauriti, a detta del teatro, già 5 minuti dopo
l’inizio della vendita on-line.
A proposito di stravaganze scenografiche, ricordo una produzione
del Tristano per il Maggio fiorentino, peraltro musicalmente
eccellente, in cui nel primo atto la nave che porta in
Cornovaglia la sposa destinata a re Marco sembrava uno yacht
d’altura californiano, con tanto di ringhiere cromate, al
punto da sembrare diretta a Santa Catalina più che alla
Cornovaglia delle saghe nordiche. Per inciso, il costume di
Tristan sembrava una specie di blazer blu con tanto di bottoni
dorati. Per non parlare dell’ultimo atto, che si svolgeva in
una specie di fabbrica dismessa.
La scena dell’Elektra invece era a dir poco spoglia, anzi
l’unica cosa che c’era (una specie di botola che portava
alla scellerata camera da letto) era in realtà un’assenza,
non essendo altro che una specie di buco nero. Il grande spazio
vuoto della scena era animato soltanto dalle traiettorie dei
componenti del corpo di ballo, dalle scie dei loro costumi neri
e dalle sciabolate di luce delle torce elettriche di cui erano
dotati, il tutto di una bellezza indicibile e sicuramente anche
a buon mercato rispetto allo spreco che ai miei occhi si
aggiunge alle tante malefatte del teatro d’opera.
Si narra del cuoco preferito di Luigi XIII, che tale diventò
grazie ad una sua ricetta di cotolette davvero speciale. La
ricetta consisteva nell’infilare 33 cotolette sullo spiedo e
di apparecchiare il fuoco in modo che quando le due cotolette
estreme erano totalmente carbonizzate, quella centrale non solo
era perfettamente cotta, ma aveva raccolto il succo delle altre
32: ecco, è il caso di dire, una ricetta degna di un re!
Ebbene, confesso che quando penso all’orchestra sinfonica
classica scatta un’irresistibile associazione con la cotoletta
di Luigi XIII. Sarà che non amo particolarmente l’orchestra,
avendoci suonato poco e malvolentieri e preferendo di gran lunga
la musica da camera quando non altre musiche, per non dire
musiche molto “altre”.
Penso spesso
che se avessi seguito una carriera orchestrale non avrei
resistito molto e avrei cambiato presto lavoro, non fosse altro
che per l’inesistente possibilità di scelta o anche di
semplice influenza sul repertorio. In effetti, provo un tale
senso di repulsione quando ascolto Mahler o Shostakovic (detto
fra noi ho sempre pensato che il fatto di aver mandato
Shostakovic in Siberia prova che a ben guardare c’era del
buono anche in Stalin) che probabilmente essere costretto a
suonare le loro musiche mi farebbe venire l’itterizia o
peggio, quando si dice il potere della musica…
Intendiamoci,
anche a me fa piacere ascoltare di tanto in tanto la Filarmonica
di Berlino o di Cleveland, preferibilmente in autori diversi da
quelli di cui sopra, e ai colleghi orchestrali va tutta la mia
simpatia, resta il fatto che per me così è, anche se non vi
pare.
Detto questo, credo che vi siano ragioni più profonde per
quelle che possono sembrare preferenze bizzarre e sicuramente
per alcuni indifendibili. Dirò di più, si tratta di qualcosa
che riguarda il nocciolo stesso della nostra civiltà e delle
sue scelte. Tanto per dire, trovo a dir poco ingiusto che un
ensemble di strumenti funzionale ad un periodo stilistico
ristretto nel tempo e nello spazio (come a dire, la musica
europea di un periodo che copre allo’incirca un paio di
secoli) sia diventato una presenza così ubiqua e pervasiva. Non
è tanto che l’umanità sopravviverebbe benissimo con qualche
filarmonica di meno, ma che assai mi piacerebbe se in una
stagione concertistica vi fossere meno sinfonie di Beethoven e
più, che so, gamelan giavanesi.
Non so quanti re vi siano oggi che possano permettersi la
ricetta del cuoco di Luigi XIII, forse è il nostro pianeta che
non può più veramente permettersi re e regine, ma nemmeno, mi
viene da aggiungere, ricchi stravaganti che bivaccano al
Billionaire e si comprano con la stessa disinvoltura calciatori
e senatori (grazie a Dio i calciatori costano un po’ di più,
forse perché sono ancora esseri umani), senza pensare che
stavolta se la nave affonda, non vi saranno più scialuppe di
salvataggio, forse perché sono state bruciate per alimentare i
fuochi delle cucine di bordo.
(*) “Le emissioni totali annuali derivanti da eventi musicali
in Italia (…) corrispondono alle emissioni generate da 6 mila
famiglie medie italiane (…). Oppure elle emissioni di 22.500
auto che che percorrano ciascuna 10.000 chilometri.”
Roberto Laneri
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